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LO SPAZIO “ALTRO” DELLA NAVE: ESODI E “FUGHE” PER LA LIBERAZIONE

una lettura di

La nave, lo spazio e l’Altro – l’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema

È uscito nel marzo 2016 per le edizioni Mimesis un bel libro di Paolo Lago dal titolo La nave, lo spazio e l’Altro – l’eterotopia della nave nella letteratura e nel cinema, un saggio che legge in modo non scontato il rapporto fra la nave e l’essere umano, soprattutto per come esso si sviluppa nel mondo letterario e cinematografico.

La nave viene qui interpretata come il luogo “eterotopico” per eccellenza, mutuando questo termine dal lessico foucaultiano, il quale introduce, in una conferenza a Tunisi del 1967, questo concetto come affine a quello di utopia. Se però per utopia si intende un luogo “impossibile”, un “non-luogo” che comunque può fungere da guida per percorsi di liberazione, con eterotopia viene pensato un “luogo reale, separato però dal ‘normale’ contesto quotidiano”. (La nave, lo spazio e l’Altro, p.13 – d’ora in poi citato come npa) Per dirla con Foucault, “una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo”. (npa, p.13) La vera e propria “eterotopia”, però, è praticamente sempre anche “eterocronia”, cioè apertura di un tempo “altro”, che si discosta sensibilmente da quello contestato della quotidianità. È entro questo quadro che viene inserita la nave, come “spazio-tempo altro”, che rompe una quotidianità e una normalità generalmente imposte, e apre verso orizzonti sconosciuti, o comunque verso possibilità inattese e spesso sorprendenti. La nave, quindi, come “eterotopia per eccellenza”, anche proprio seguendo le indicazioni foucaultiane, cioè spazio di contestazione per eccellenza e – sempre con Foucault – “serbatoio di immaginazione”: questa è la tesi centrale del libro.

La nave assume, entro questa lettura, le caratteristiche dello spazio “liscio” nomade di cui parlano Deleuze e Guattari in Mille piani, spazio che si contrappone allo spazio “striato” del potere e dell’ordine costituito, “uno scrigno di sogni da opporre alla rigida mappatura del controllo” (npa, p.18). Letteratura e cinema sono i luoghi dove, secondo Paolo Lago, meglio prende forma questa eterotopia così forte e determinante. A partire da questi due ambiti il libro prova, con un ampio excursus, a delineare i tratti di questa avventura, che talvolta assume i lineamenti di un “naufragio”.

“Navi emigranti e dell’esilio”, “navi dell’avventura”, “navi infernali, mostruose e spettrali”, “navi della ricerca e dell’erranza” e “navi in disarmo” sono le cinque grandi tipizzazioni descritte, che si concretizzano in 5 affascinanti capitoli, anticipate da un prologo sull’Odissea e seguite da un molto divertente epilogo sulle “navi da crociera”.

Facciamo qui un invece breve excursus sui temi principali di questi capitoli.

– L’Odissea, che apre il libro vero e proprio, è il viaggio per eccellenza, l’“archetipo” dei viaggi, “serbatoio di immaginazione” primordiale e originario, da cui prende vita un filone letterario, dove si intrecciano mito e magia, che arriva fino ai nostri tempi. Allo stesso tempo, è una sorta di primo Bildungsroman, cioè romanzo di formazione che è insieme percorso psicologico dove l’“eroe” deve soffrire per arrivare alla mèta finale – ovvero, per riprendere la metafora dell’”eterotopia”, per rompere la quotidianità contestata, attraversata dallo spazio striato del potere. Nave come “spazio di salvezza”, via di fuga grazie alla quale fuggire da paesi inospitali, piccola “patria” dove sentirsi a casa propria, spazio a cui fare ritorno. Tutto questo almeno finché non si incontra la terra dei “Feaci”, popolo pacifico e accogliente, che si contrappone a quello violento e chiuso dei “Ciclopi”, che non a caso non conoscono le navi né la navigazione.

– Le navi emigranti e dell’esilio sono caratterizzate da una certa ambiguità: da una parte sono, in positivo, le navi della speranza, rivestite “utopisticamente di connotazioni fantastiche”, (npa, p.31) dall’altra, in negativo, sono navi dell’angoscia, sulle quali si è costretti a salpare per cercare una vita migliore, che portano verso luoghi sconosciuti, dove non è possibile sapere esattamente cosa ci aspetta. Il bel film di Crialese, Nuovo mondo, ha saputo interpretare magistralmente questa ambiguità, dove i “sogni” degli immigrati si infrangono della dura realtà dell’emigrazione: “una volta sbarcati e sottoposti a una rigida selezione, vengono catturati e incasellati nella ‘società disciplinare’ che li vuole trasformare, reificandoli, in forza-lavoro produttiva all’interno della società industriale […] come afferma Foucault, ‘il problema della società industriale è fare in modo che il tempo degli individui possa essere integrato nell’apparato di produzione sotto forma di forza-lavoro’ […] ‘si tratta di costituire il tempo degli individui in forza-lavoro’”. (npa, p.38) Ma nelle sequenze finali del film sembra riproporsi il tema “eterotopico” della rottura dello spazio striato, e “nonostante l’incasellamento disciplinare, sembra voler suggerire il regista, i sogni non muoiono mai: in qualche modo riescono a sopravvivere, ostinatamente, con forza”. (npa, p.39)

– Sia pur con illustri antecedenti nel periodo della grecità, i romanzi delle navi nel tempo d’avventura sono un fenomeno soprattutto moderno, legati al periodo storico in cui l’occidente si accorge di aver “sete d’avventura” e parte alla “conquista” del mondo extra-europeo, determinando i ben noti danni apocalittici che caratterizzano il dispiegarsi della modernità sin dai suoi esordi. La nave così, oltre che “serbatoio di immaginazione”, diventa anche “strumento di sviluppo economico” – sempre seguendo la riflessione foucaultiana. È in questo senso che vanno letti romanzi come I viaggi di Gulliver, Robinson Crusoe, I viaggi di Enrico Walton o il romanzo filosofico di Voltaire Candido. Già comunque con il Gargantua e Pantagruele di Rabelais prende forma il passaggio dal mondo medievale a quello della nascente modernità. La nave comincia ad essere intesa come lo strumento “attraverso il quale dirigersi verso nuove terre e nuovi mondi” (npa, p.69) – per poi colonizzarli brutalmente, andrebbe aggiunto. L’“avventura” diventa un viaggio anche e forse soprattutto con finalità economiche, e questo viene in qualche modo alla luce anche nella letteratura romanzesca dell’epoca. La rivoluzione industriale è alle porte, ed ogni ambito dell’esistente ne è informato. Il settecento diventa il secolo dei viaggi, ma viaggi dove “lo spirito di avventura si incrocia e spesso si sovrappone a quello del commercio” (npa, p.72), dove non si “naufraga” in fuga verso l’ignoto o l’utopia, ma si torna sempre indietro verso la società settecentesca di stampo mercantilistico e borghese – magari con qualche tesoruccio sottratto alle terre oltre oceano che avevano la sventura di cominciare a conoscere il predatore più pericoloso, cioè il mercante-borghese della “vecchia” Europa.

– Le navi “della ricerca e dell’erranza” sono navi di tipo diverso, che viaggiano con scopi di altro genere rispetto a quelle dell’avventura (mercantilistica) appena descritte. Forse potremmo dire queste navi proprio non viaggiano per “scopi”, ma si immergono nelle acque per “errare” in esse e “ricercare” qualcosa che, all’inizio, non sanno nemmeno loro cosa possa essere. Il concetto di beanza, usato da Paolo Lago mutuandolo dalla riflessione di Jean-Pierre Vernant, descrive abbastanza bene questa condizione: si tratta di una specie di beata “sospensione”, una sorta di caduta nell’indistinto in cui sfumano consuetudini e abitudini, e si aprono spazi sconosciuti e inediti. I testi utilizzati per illustrare questa esperienza “straniante” sono Le argonautiche di Apollonio Rodio e Moby Dick di Melville. È vero che nel primo di questi, almeno per quanto riguarda il viaggio d’andata, lo scopo c’è, ed è la ricerca del “vello d’oro”. Ma, sin da subito, la nave “parlante” introduce un elemento spaesante, e comunque il ritorno è una specie di “perdita” in una indefinita “beanza”. Moby Dick è invece sin dall’inizio un romanzo dell’erranza, e la folle caccia alla balena sembra quasi più un pretesto per questo “errare” che non il vero scopo della spedizione. Tuttavia, anche qui s’insinua la modernità oramai imperante, quindi uno scopo surrettizio che, forse inconsapevolmente, regge questo tipo di narrazione: “È proprio grazie alle rotte delle navi baleniere che […] si sono aperte nuove vie di scambio fra l’Europa e le coste del Pacifico. La ricerca di una preda permette quindi di aprire nuove vie, di segnare sulla mappa nuove rotte di comunicazione commerciale, di rendere striato, secondo la terminologia deleuziana […] , uno spazio liscio” (npa, p.114)

– Le navi “mostruose” e “infernali” sembrano essere una specie di “contrappunto” allo spazio striato delle navi del commercio. Già la Narrenschif, la nave dei “folli” dove in Germania venivano, al sorgere della modernità, dispersi gli “improduttivi” e “fastidiosi”, nasce proprio sotto questo segno. Il monstrum, che etimologicamente significa “il meraviglioso”, il “perturbante” rispetto alla cosa data, viene allontanato perché disturba l’ordine che si viene creando alla fine del Medioevo, un ordine fondato sul disciplinamento al lavoro e sulla dismissione delle “cattive” abitudini oziose delle comunità pre-industriali. La storia di Gordon Pym di Egdar Allan Poe, o il Manoscritto trovato in una bottiglia, sempre dello stesso autore, ci parlano di questo “rimosso” della modernità, che ora assume – proprio per questo – caratteristiche spettrali e inquietanti. Ma anche tutta la letteratura “gotica” deve, con ogni probabilità, la sua comparsa a questo tipo di situazione. Le figure dell’Olandese volante o dell’Ebreo errante, nate in questa epoca, hanno la stessa origine. Nasce la figura del diverso per come lo conosciamo ancora oggi noi stessi. La Yorikke, la terribile nave del romanzo La nave morta del misterioso e a sua volta “straniante” scrittore anarchico tedesco Traven, è forse quella che meglio simboleggia tutto questo. Essa è sì una “nave infernale”, ma al tempo stesso “una sorta di ‘luogo liberato’ dal meccanismo del ‘sorvegliare e punire’”. (npa, p.162)

– Le navi “ferme” e in “disarmo”, infine, sono un “caso particolare” della navigazione: sono le uniche che non solcano i mari, ma restano ancorate, quale che sia il motivo, alla fonda. Anch’esse, a loro modo, rappresentano un’eteropica contestazione all’ordine esistente, ed è forse l’autore francese Jean-Claude Izzo colui che ha saputo meglio interpretare questa specie di “ribellione”. In Marinai perduti Izzo descrive una nave ferma, per ragioni economiche, nel porto di Marsiglia – fatto questo che è avvenuto pure realmente, non a Marsiglia ma a Cagliari, al quale tuttavia il romanzo non si ispira, ma che rappresenta una strana coincidenza. Questa fermata prolungata non inibisce però il potenziale eterotopico e sovversivo della nave, ma paradossalmente fa sì che, attraverso la scesa a terra dei marinai, esso inizi a riversarsi sulla terraferma, in una specie di contaminazione “rivoluzionaria” che sconvolge l’immobilismo della città industriale moderna: “[…] i marinai sono come i cartografi, ‘ad ogni viaggio si ridisegna il mondo’; nello stesso modo, si può pensare, si comportano anche nella terraferma: ad ogni passo ridisegnano la città, la ‘liberano’, portano la spazialità del mare, ridisegnano percorsi urbani”. (npa, p.181) Come i suoi marinai, i romanzi di Izzo, dice Paolo Lago, sono veri e propri “esperimenti di geopoetica e geocritica, cioè vere e proprie letture poetiche di luoghi” (npa, p.181) e in questo senso autentiche eterotopie sovversive dell’esistente. Un film che, a suo modo, prova a fare lo stesso è I love Radio Rock di Richard Curtis. Qui una nave ferma nelle acque extra-territoriali vicine all’Inghilterra diffonde illegalmente rock, osteggiato e ignorato dalla cultura ufficiale, causando non pochi problemi all’ordine costituito. È dunque possibile contestare il linguaggio del potere anche restando fermi, non necessariamente “fuggendo” fisicamente. Questo perché si può essere “macchina da guerra nomadica”, usando il linguaggio di Deleuze e Guattari, pur restando “immobili” (ma “veloci”, pronti).

– Infine, l’“epilogo post-moderno”, cioè la crociera. Questo è forse il modo più “normalizzato” di intendere la nave e il viaggio. Ma anche la crociera riserva delle sorprese: il viaggio più tranquillo, “quadrato”, organizzato e incasellato che si possa immaginare, può avere dei risvolti imprevisti, che rompono la normalità e rivelano un mondo altro che proprio non ce la facciamo ad eliminare del tutto. Il libro Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster, mette in evidenza proprio questo, come cioè ad di là della gioiosa apparenza della crociera, si nasconda un mondo a dir poco inquietante, fatto da una parte da una sorta di automi normalizzati, coatti del divertissement, mentre dall’altra, a fare da contrappeso, un proletariato quasi Lumpen che vive delle briciole che il mondo dei primi lascia cadere dalla tavola ben imbandita. “I turisti americani si muovono come nuovi colonialisti nei porti caraibici devastati dalla miseria”. (npa, p.189) “Nella società postmoderna, quindi, sulla nave rimane ben poco da sognare, poiché tutti i sogni e i desideri si materializzano in una gigantesca e finta costruzione che pretende di esaudire tutti i desideri dell’uomo sottoposto al diktat del capitalismo”. (npa, p.190). Ma sono forse due film, Un film parlato di Manoel de Oliveira e Film socialisme di Jean-Luc Godard, quelli che meglio riescono a mettere a fuoco questa tematica. Nel primo, una professoressa di storia “progressista” illustra alla figlia le meraviglie del Mediterraneo e la bellezza delle sue culture, mare che però la nave solca come, di fatto, un suo possesso. Lo sguardo aperto e conciliante, tuttavia, non le salverà dallo scoppio di una bomba messa a bordo da qualche fantomatico “terrorista”, frutto della cultura occidentale e del suo totalitarismo. Il comandante della nave guarda impotente l’orrore dispiegarsi davanti a lui, e “il suo sguardo rappresenta […] quello dell’intera civiltà occidentale che resta attonita di fronte all’orrore che cova nel suo stesso seno”. (npa, p.192) Nel secondo, che per un amaro gioco del destino si svolge sulla Costa Concordia, che di lì a poco diventerà tristemente famosa per la tragedia dell’isola del Giglio (quasi un beffardo inveramento di queste tesi…), accade qualcosa di simile. Questa nave, simbolo ostentato del benessere occidentale, vuole qui rappresentare l’occidente e il suo declino, e non a caso essa stessa tramonterà, al grido di “abbandonare la nave”.

La nave, così, come luogo eterotopico per eccellenza. Luogo che può essere buono o maledetto, estraniante o rassicurante, comunque sempre “altro” rispetto alla quotidianità del “potere” foucaultianamente inteso, rispetto al quale cerca sempre vie di fuga, in movimento o meno che siano.

Niente di meglio, dunque, che chiudere con una citazione sempre da Foucault – vero e proprio deus-ex-machina di questo lavoro di Paolo Lago -, citazione che a buon titolo rappresenta il fil rouge che attraversa tutto il libro e ne dà l’intonazione. Dice infatti Foucault, con il “pensiero-poetante” che caratterizza un po’ tutta la sua filosofia:

“…La nave è l’eterotopia per eccellenza. Le civiltà senza nave sono come i bambini, i cui genitori non hanno un letto matrimoniale sul quale poter giocare. I loro sogni si inaridiscono, lo spionaggio si sostituisce all’avventura e lo squallore della polizia prende il posto dell’assolata bellezza dei corsari”.

 

(pubblicato qui ==> http://www.lavoroculturale.org/nave-spazio-altro/ e qui ==> http://overthedoors.it/il-lavoro-culturale/una-lettura-di-la-nave-lo-spazio-e-laltro/ )

RIFIUTI ZERO – UNA RIVOLUZIONE IN CORSO
di Paul Connett, con la collaborazione di Rossano Ercolini e Patrizia Lo Sciuto
Dissensi edizioni, 2012

I recenti avvenimenti che hanno interessato l’AAMPS, e che sono ben lungi dall’esaurirsi, mettono in rilievo la criticità della gestione dei rifiuti oggi, e la necessità di trovare una risposta adeguata ad un problema tanto scottante. Livorno in questo senso non rappresenta certo un’eccezione quanto piuttosto un esempio particolarmente significativo di gestione sconsiderata, che si protrae da molti anni e che ha individuato solo nell’incenerimento e nella discarica la soluzione al “problema rifiuto”, e insieme della crisi epocale che sta subendo un certo tipo di “civiltà”, il cui senso ultimo può essere riassunto con il motto “produci, consuma, crepa”.

Può essere utile, in questo senso, leggere (e trarne qualche importante suggerimento da un) il bel libro, uscito nella primavera 2012, a cura di Paul Connett (professore di chimica e tossicologia alla St. Lawrence University e fondatore della strategia “Rifiuti Zero”), dal titolo Rifiuti Zero – una rivoluzione in corso, scritto in collaborazione con Rossano Ercolini e Patrizia Lo Sciuto, due nomi anch’essi ben noti (specie il primo, vincitore nel 2013 del Goldman Environmental prize, una sorta di “Nobel” dell’ecologia) nel panorama della lotta alle discariche e agli inceneritori in favore del riuso e del riciclo – in una parola, del passaggio della concezione del rifiuto da scarto a risorsa.

In un momento storico in cui la crisi si manifesta anche come crisi ambientale – con un riscaldamento globale che sta sconvolgendo il clima terracqueo e un fiorire di nocività e mafie legate alla gestione dei rifiuti – la strategia “Rifiuti Zero” rappresenta una concreta inversione di tendenza e indica verso una possibile via d’uscita da questa situazione oramai quasi fuori controllo.

Il libro di Paul Connett esce dunque in un momento particolarmente importante, e prova a fare il punto della situazione, enucleando le motivazioni e i punti forti della strategia, riportando molti esempi di tentativi più o meno riusciti di applicazione nel mondo di questa stessa strategia e infine la testimonianza di alcuni protagonisti di questa avventura, chiudendo con una intervista di Patrizia Lo Sciuto a Rossano Ercolini.

La tesi di fondo è che sia impossibile per la terra sostenere gli attuali ritmi di consumo e l’annessa produzione di rifiuti. Non si dà il tempo alla terra di ricostituire le risorse, si blocca cioè il meccanismo della rigenerazione che ha sostenuto la terra per ere intere – prima almeno dell’arrivo dell’homo oeconomicus. “I rifiuti sono l’evidenza che stiamo facendo qualcosa di sbagliato” (ivi p.11). Con la rivoluzione industriale abbiamo imposto al pianeta tempi lineari mentre la natura funziona per cicli (vedi a questo propsito il video “la natura delle cose” prodotto da GAIA, Global Alliance for Incineration Alternatives: https://www.youtube.com/watch?v=0ZzbDhcs5B0). Traino nefasto di questa folle baracca è la pubblicità, che induce ad un consumo malato e criminale.

La strategia “Rifiuti Zero” vuole essere una risposta a tutto questo. Essa significa innanzitutto prendere una nuova direzione sin dall’inizio. Non si deve cioè intervenire più sullo stadio finale del ciclo della merce, quindi il rifiuto, per smaltirlo, incenerirlo o che altro, ma su quello iniziale, che comincia con una migliore progettazione industriale e finisce con uno stile di vita “post-consumista”.

L’industria deve cominciare a progettare i prodotti in modo che gli imballaggi possano essere riutilizzabili o riciclabili, e i prodotti stessi concepiti per avere una vita lunga ed essere facilmente smontabili e riparabili. Importante è anche abolire, nelle fasi della produzione, l’uso di sostanze tossiche. L’impatto sull’ambiente e sulla salute umana degli effetti di queste sostanze è temibile e rappresenta un costo sociale notevole, sia in termini di denaro che di vittime (quindi anche sanitario). In Inghilterra esiste la WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment) che è una legge la quale obbliga i produttori di materiale elettrico ed elettronico a raccogliere, trattare e riparare a loro spese quel materiale una volta che il consumatore lo dismette. In realtà questo obbligo si è rivelato persino redditizio per le imprese di quel ramo, perché da quegli apparecchi dismessi estraggono oro e materiali preziosi, al tempo stesso risparmiando molto sia sui costi di smaltimento che su quelli di produzione (molta “materia prima” se la trovano così già in casa). Un esempio importante in questo senso è la compagnia XEROX, che in questo modo raccoglie il 95% del materiale e risparmia una media di 76 milioni di dollari all’anno. (vedi p.16) Per queste ragioni, molte aziende hanno intrapreso un simile percorso (una lista è qui ==> http://www.grrn.org/page/zero-waste-business-profiles). “Il rifiuto solido è l’aspetto visibile dell’inefficienza” (ivi p.16)

La strategia Rifiuti Zero richiede 10 passi, qui brevemente sintetizzati:

1-separazione alla fonte – è importante dividere bene i rifiuti. La suddivisione ottimale è in 12 categorie (vedi III capitolo), ma in una città del Giappone sono arrivati a 28!
2-raccolta porta a porta – va ben organizzata, e di solito si fa con 3 raccoglitori (come a San Francisco, dove hanno raggiunto il 78% di raccolta differenziata già nel 2011), max. 4 (come nella maggior parte dei comuni italiani che l’hanno adottata). Importante curare bene la raccolta dell’organico.
3-compostaggio – parte forse più importante del riciclo. La frazione organica si trasforma da maleodorante rifiuto, che genera metano e percolato in discarica, in prezioso concime per l’agricoltura. L’incenerimento di questa componente causa invece forti emissioni di CO2, che contribuiscono all’effetto serra. Altro aspetto importante del compostaggio è che, come accade per esempio a Zurigo dove si incoraggia il compostaggio collettivo, questa pratica favorisce la socialità e lo scambio (esiste persino un sito, purtroppo solo in inglese, per diventare “maestri di compostaggio”: http://www.gardenorganic.org.uk/composting/mastercomposter.php).
4-riciclo – dal punto di vista economico, è preferibile che i punti di riciclo si trovino vicini alle città, perché richiedono molta forza lavoro e sono prossimi alle industrie, loro “clienti” naturali. Questo dovrebbe creare un ciclo armonico fra campagna e città, dove la campagna ricicli l’organico anche della città, e la città ricicli i rifiuti non organici anche della campagna. Un esempio “vivente”: in Canada, precisamente in Nova Scotia (provincia di 900.000 abitanti), i rifiuti riciclati vengono per lo più’ utilizzati dalle industrie della provincia stessa. Il risultato sono stati la creazione di 1000 posti di lavoro per la raccolta e il trattamento dei materiali e altri 2000 nelle industrie che usano materie seconde.
5-riuso, riparazione e decostruzione (non distruzione) dei vecchi edifici – il riuso e la riparazione di oggetti che non sono ancora rifiuti (ma lo diverrebbero senza questi passaggi) è un’altra attività che porta reddito e occupazione, oltre a far bene all’ambiente. Urban Ore (http://www.urbanore.com/) è una struttura che si trova a Berkeley, California, ed è gestita da più di 30 anni da due coniugi, ora in pensione. Fattura 3 milioni di dollari all’anno ed impiega stabilmente 30 dipendenti ben pagati e assicurati. Altro esempio: Recycle North (http://www.resourcevt.org/) che fattura un milione di dollari e impiega 27 persone. Come accade per il compostaggio, anche questo tipo di iniziative promuove la socialità, e gli esempi di cui sopra sono diventati centri di riferimento per le comunità locali. Insieme a queste attività, va di pari passo la decostruzione (quindi non la distruzione) di vecchi edifici, oppure il loro rinnovo – anche se la decostruzione crea più posti di lavoro e permette il recupero di molto materiale di valore (esempi: Renovators Recycling ==> http://www.renovators-resource.com/reno/index.php, ad Halifax, sempre in Nova Scotia, oppure Sonrise Recycling ==> http://www.recycleworks.org/)

San Francisco (850.000 abitanti) sta dimostrando che già solo la combinazione di questi primi 5 passi ha portato, come abbiamo detto, già nel 2011 ad una raccolta differenziata pari al 78% dei rifiuti, eliminando inoltre gli inceneritori

6-iniziative di riduzione dei rifiuti – i passi precedenti non eliminano comunque del tutto i rifiuti, perché ne resta sempre una frazione residua, per quanto ridotta al minimo. Per affrontare anche questa parte, occorrono alcune misure da applicare, come ad esempio proibire o tassare le buste di plastica, promuovere il sistema di erogazione senza imballaggio, dove i clienti portino i loro contenitori da riempire (in Italia l’ottimo esempio di Effecorta, a Capannori ==> http://www.effecorta.it/), utilizzare sempre più il vetro per i liquidi e recuperarlo e riusarlo (in Ontario, Canada, sono stati creati più di 2000 posti di lavoro per recuperare e pulire le bottiglie di birra, a spese dell’industria della birra – che evidentemente ci guadagna da tutto questo – e non della comunità), usare pannolini lavabili, etc.etc.
7-incentivi – è importante anche che amministratori sensibili introducano sistemi che frenino la dismissione di frazione residua. Uno e’ il “pay-by-bag”, cioè si acquista il sacchetto per l’indifferenziata, e ovviamente più se ne produce, più se ne acquista, più si è penalizzati economicamente. Normalmente la gente si lamenta quando partono queste iniziative (preferiscono morire di tumori evidentemente), però sempre un amministratore sensibile e un attimo sgamato può bilanciare la “sofferenza” introducendo un “premio”, facendo cioè pagare meno chi produce meno residuo rispetto al previsto (per esempio, rispetto alla media dell’anno precedente)
8-separazione residuo e centro ricerca rifiuti zero – “La differenza chiave tra lo smaltimento dei rifiuti (discariche e inceneritori) e la strategia Rifiuti Zero è nel modo in cui è trattata la frazione residua. Lo smaltimento cerca di far sparire i residui, la strategia Rifiuti Zero ha bisogno di renderli ben visibili”. (ivi p.26) Da qui l’importanza dello studio sul residuo, che va inviato ad un centro di separazione e ricerca rifiuti zero, che è il contrario della discarica. (es. Nova Scotia ==> http://www.reduceyourwaste.ca/). Anche qui ovviamente c’è creazione di posti di lavoro, anche se di tecnici più specializzati (che possono comunque essere formati). “Il centro per lo screening del residuo e di ricerca rifiuti zero è il passo decisivo verso rifiuti zero e la sostenibilità”. (ivi p.28)
9-responsabilità industriale – come detto in precedenza, si tratta soprattutto di studiare e trovare forme diverse di imballaggi, che siano riciclabili e riusabili, e produrre oggetti durevoli e facilmente riparabili. Con le industrie si tratta di contrattare: visto che loro conoscono solo il tintinnare dei talleri sonanti, sono disposte a scendere a patti se vengono toccate proprio li’, nel vivo. Capannori ad esempio ha saputo, grazie a Rossano Ercolini trovare un accordo con Lavazza per le confezioni del caffè per le macchinette stile bar. Il principio di fondo dovrebbe essere “Se non possiamo riusarlo, riciclarlo o compostarlo, l’industria non dovrebbe produrlo e noi non dovremmo comprarlo. Nel XXI secolo abbiamo bisogno di una migliore progettazione industriale e di una migliore educazione al consumo” (ivi p.29). L’aiuto alla progettazione industriale dovrebbe essere uno dei compiti dei centri di ricerca rifiuti zero.
10-discarica piccola temporanea – Infine, almeno fino alla completa realizzazione della strategia Rifiuti Zero, sarà necessario prevedere una piccola e transitoria discarica per il residuo veramente non recuperabile. Nel migliore dei casi, attualmente le discariche meglio organizzate cercano di affinare il sistema di controllo del rifiuto internamente alla discarica stessa, provando soprattutto a tenere sotto controllo – spesso e volentieri senza successo – quello che il rifiuto produce (cercando quindi di minimizzare il percolato, raccogliere il metano prodotto dalla decomposizione, dividere le masse di rifiuti con strati di terra). La “piccola discarica temporanea” gestita secondo i criteri della strategia Rifiuti Zero controlla invece principalmente che cosa entra nella discarica, quindi ha un approccio radicalmente diverso da quelle tradizionali. Si tratta essenzialmente di evitare al massimo l’entrata di rifiuti tossici e di materiale organico (qui si torna all’importanza fondamentale del compostaggio).

Rifiuti Zero si dimostra così essere una strategia agli antipodi di quella legata all’incenerimento: “L’incenerimento converte 3-4 tonnellate di spazzatura in una tonnellata di ceneri che nessuno vuole. Rifiuti zero converte tre tonnellate di spazzatura in una tonnellata di compost, una tonnellata di riciclabili e una tonnellata di educazione” (ivi p.32-33). Inoltre, fa risparmiare da 3 a 4 volte più energia di quanta non ne produca qualsiasi inceneritore (vedi http://www.airqualitymatters.ca/wp-content/uploads/Jeffrey-Morris.pdf) e per alcuni materiali, per esempio il famoso PET, cioè la plastica delle bottiglie, fino a 26 volte di più! (vedi http://www.pembina.org/pub/1449, e anche http://www.glu.org/en/system/files/FS3energy.pdf).

Ovviamente, affinché tutti questi suggerimenti non restino solo tali, ma si trasformino in intervento concreto, occorre una “volontà politica” che sembra, al momento attuale, manchi – al di là di proclami o buone intenzioni, ed anche di pratiche “virtuose” esistenti che comunque realizzano solo in parte, e spesso malamente, i dettami di questa strategia. Una “volontà” che abbia anche il coraggio di scontrarsi con gruppi di potere e interessi di multinazionali, e questo forse è ciò che manca sopra ogni cosa, perché per la politica “ufficiale” potrebbe significare letteralmente sputare nel piatto dove mangia. Senza pensare che sia la panacea di tutti i mali, ma consapevoli del fatto che può essere un importante viatico verso un altro tipo di civiltà – questa sì autentica -, la strategia Rifiuti Zero è invece oramai ineludibile e non rimandabile, e di essa occorre farsi carico con decisione, “imponendola” là dove tentennamenti o depistaggi finiscono per rinviarla. Ma per far questo, ancora una volta dovranno tornare ad essere protagoniste le persone stesse, senza demandare ad altri, che teoricamente dovrebbero “rappresentarne” interessi ed aspirazioni, l’effettiva realizzazione di progetti così importanti, almeno se vogliamo dare una chance di vivibilità ad un mondo che diventa sempre meno “sostenibile” e vivibile, in molti sensi.

(recensione apparsa su SenzaSoste il 7/1/16: http://www.senzasoste.it/letture/rifiuti-zero-una-rivoluzione-in-corso-una-recensione-del-libro)

Ciò che ti distrugge, non va riparato!

16 Apr 2014
Pamphlet per la buona vita

a cura della redazione della rivista Streifzüge (tradotto dal tedesco da Massimo Maggini)

1.

Non si può costruire alcuna alternativa attraverso la politica. La politica non ci aiuta a realizzare le nostre possibilità e capacità: con essa tuteliamo solo gli interessi legati al nostro ruolo nell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni sua mossa ed ogni sua azione è sempre in relazione allo Stato e al mercato. Essa modera la società, il suo medium è il denaro. Segue regole simili a quelle del mercato. Qui come là vi è, al centro, la pubblicità; qui come là ne va della valorizzazione e delle sue condizioni.

Il soggetto moderno ha completamente interiorizzato i vincoli di valore e denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È veramente il “padrone” di se stesso, Signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa niente più che l’auto-controllo del ruolo sociale che ci è stato imposto. Dal momento in cui siamo sia contro il governo che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere proprio per il governo del popolo?

Essere per la democrazia, questo è il consenso totalitario, il credo collettivo del nostro tempo. È insieme appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia, che può essere solo migliorato, ma oltre il quale niente più si può dare. La democrazia è parte del regime del denaro e del valore, dello stato e della nazione, del capitale e del lavoro. La parola è vuota , tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.

Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta solo di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa che gli esseri umani lottano contro i ruoli sociali loro imposti.

2.

Capitale e lavoro non sono in alcun modo antagonisti, sono piuttosto un unico blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La professata religione del lavoro è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. Il disciplinamento al lavoro è stato ed è uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.

Mentre la prigione del lavoro rovina, la fede in esso cresce e diventa fanatismo. È il lavoro che ci rende stupidi e malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni di distruzione. Le tracce del lavoro, le vediamo ogni giorno nei volti e corpi.

Il lavoro è la voce principale del consenso. È considerato come necessità naturale ma non è altro che allestimento capitalista dell’attività umana. Essere attivi è un’altra cosa, se non è fatto per i soldi e il mercato, ma come un dono, regalo, contributo, creazione per noi, per la vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.

Una parte significativa di tutti i prodotti e opere serve esclusivamente per la moltiplicazione del denaro, costringendo a tormenti non necessari, sprecando il nostro tempo e minacciando i fondamenti naturali della vita. Alcune tecnologie sono da intendersi solo come apocalittiche.

3.

Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non c’è nessuno che non voglia averne. Non lo abbiamo mai deciso noi, ma così è. Il denaro è un imperativo sociale e in nessun modo uno strumento manipolabile. Come una forza che costringe costantemente a calcolare, a spendere, a riscuotere, a risparmiare, a indebitarci, a fare credito, ci umilia e ci domina ora per ora. Il denaro è un inquinante senza pari. La coazione a comprare e vendere è sempre il contrario di ogni liberazione e autodeterminazione. Il denaro ci rende concorrenti, se non nemici. Il denaro mangia la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.

Non è solo assurdo che una miriade di professioni si occupino solo di esso, anche tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali sono in modo permanente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette automatiche per il calcolo. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, ci permette solo quello che è calcolabile secondo l’economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.

Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, la natura e l’ambiente, in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici .

Liberazione significa che gli esseri umani fanno pervenire liberamente gli uni agli altri i loro prodotti e i loro servizi. Che essi si relazionano direttamente gli uni agli altri e non si affrontano, come ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (come capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari ecc.). Stiamo già ora vivendo momenti liberi dal denaro, come nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto. Qui ci doniamo qualcosa, mettiamo insieme le nostre energie esistenziali e culturali, senza calcoli. Sentiamo che qui, in alcuni momenti, che non c’è alcun comando, alcuna “Matrix”.

4.

La critica è più che mera analisi radicale, essa desidera la sovversione delle condizioni date. La sua prospettiva cerca di immaginare come i rapporti umani possano divenire tali da non aver più bisogno della stessa critica, l’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. “Trasformazione” è esperimento sul fondamento della critica nell’orizzonte della prospettiva. “Ripara ciò che ti distrugge!” non è la nostra formula.

Si tratta di niente di meno che dell’abolizione del dominio, è uguale se questo si manifesta in dipendenza personale o con vincoli strutturali. Non è accettabile che degli esseri umani siano sottoposti ad altri, oppure che siano abbandonati al loro destino o ad anonime strutture. L’auto-dominio, così come l’autocontrollo, non ci riguardano. Il dominio è più che capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata, che riproduciamo capitalismo ogni giorno, ci comportiamo come se non ci fossero alternative.

Siamo bloccati, soldi e valore si attaccano al nostro cervello e intasano i nostri sentimenti. L’economia di mercato funziona come una grande “Matrix”. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita buona e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Non si dà alcuna trasformazione delle strutture sociali senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle basi mentali senza il superamento delle strutture sociali.

5.

Noi non protestiamo, per ciò da cui siamo già fuori. Noi non vogliamo reinventare la democrazia e la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non ci affidiamo ad alcun libero arbitrio. Non vogliamo neanche puntare sullo stato sociale e sullo stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare valori. Alla domanda su quali siano i valori di cui noi abbiamo bisogno, è facile rispondere: nessuno!

Noi siamo per la totale svalorizzazione dei valori, per la rottura con il repertorio degli schiavi – generalmente denominati “cittadini”. Questo status è da respingere. Idealmente abbiamo già licenziato il rapporto di dominazione. La rivolta , che abbiamo in mente, rassomiglia ad un salto paradigmatico.

Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma borghese. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominazione. Per la trasformazione non ci sono categorie né partiti, nessun soggetto e nessun movimento.

6.

Si tratta della liberazione del tempo della nostra vita. Solo così è possibile più agio, più piacere, più felicità. Buona vita significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o oziare, ma anche per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per il dispiegamento a tutto tondo del godimento.

Vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto anche dormire più spesso e più intensamente l’uno con l’altro. Nell’unica vita ne va della buona vita, l’esistenza deve avvicinarsi ai desideri, i bisogni sono da spingere indietro e il gradevole da ampliare. Il gioco e la gioia, in tutte le loro varianti, richiedono tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande assente .

Non vogliamo essere quello che siamo costretti ad essere

***
pubblicato nel sito web di Streifzüge
http://www.streifzuege.org/2014/ci-che-ti-distrugge-non-va-riparato
e anche qui
http://sinistrainrete.info/filosofia/3667-streifzuege-cio-che-ti-distrugge-non-va-riparato.html

Bye bye critica dell’interesse…
Sulla miopia della dottrina della libera moneta.

(testo originale qui ==> http://www.streifzuege.org/2005/bye-bye-zinskritik)

Andreas Exner & Stephanie Grohmann

La folle strada della nostra “Civilizzazione”, incorniciata dalla distruzione dell’ambiente e dalle catastrofi sociali, è per molte persone motivo sufficiente per indagare a fondo sul loro proprio modo di vivere. Molti non si accontentano di affidarsi ad appelli politici, ora che diventano molto chiare le limitate possibilità della democrazia quando richiede la sicurezza di posti di lavoro, sempre meno disponibili, attraverso una rinnovata crescita economica. E troppo dolorosa è la consapevolezza che non possiamo più sfuggire alla legge della concorrenza e alla sofferenza per il freddo sociale. Che possibilità ci sono, dunque, per dar vita tutti insieme a qualcosa di interamente nuovo? Che cosa possiamo fare adesso di concretamente altro?

La pseudo-critica al capitalismo di Silvio Gesell

Ultimamente ha assunto una certa popolarità una particolare risposta a questa domanda: il modello di organizzazione sociale del circolo dello scambio sembra possa mostrare una via d’uscita dai problemi della distruzione dell’ambiente e dai problemi sociali. In quelle regioni del mondo che hanno già fatto esperienza del crollo dell’economia capitalistica formale sono talvolta nati come ancora di salvezza, dal mero bisogno e senza teoria, i circoli dello scambio. Il breve boom dei circoli dello scambio argentini ne è l’esempio paradigmatico. Diversamente, i circoli dello scambio, qui da noi, nella misura in cui essi non vengano praticati come mero hobby senza ulteriori motivazioni, sono concepiti come il modello per un’altra economia. In essi la dottrina della libera moneta di Silvio Gesell ha trovato il suo sedimento pratico. Essa cerca comunque anche di approdare nei dibattiti teoretici. Nell’ambito della critica alla globalizzazione, o nei resti del movimento ecologista, in ogni caso dove gli uomini cominciano a porre in questione in modo approfondito la società della merce – senza tuttavia portarla (ancora) fino in fondo – là la critica dell’interesse formulata da Silvio Gesell trova dei sostenitori. Fra i critici dell’interesse c’è senz’altro chi, di quando in quando, lo fa con intenti radicalmente emancipatori. Tuttavia questa critica rappresenta, nel migliore dei casi, solo un primo passo sulla via, spesso lunga, verso uno sguardo sul modo di funzionamento della società che si basa sulla merce, cioè sul capitalismo. Per lo più i sostenitori della critica dell’interesse restano legati alla società della merce e alla pseudocritica dell’interesse che finisce per occhieggiare all’antisemitismo. Che una tale posizione non sia sostenibile teoricamente e dia luogo a pericolose illusioni, cercheremo ora di dimostrarlo.

Silvio Gesell era commerciante alla svolta fra il 19° e il 20° secolo e si interessava alle condizioni di un capitalismo stabile, libero da crisi. La sua riflessione fondamentale era tanto semplice quanto falsa: l’interesse è la radice di tutti i mali della forma economica capitalistica. 1 Da ciò ne consegue la necessità di una “moneta libera dall’interesse”. Tramite una regolare timbratura la libera moneta di Gesell dovrebbe continuamente perdere valore quando non venisse spesa, e quindi il circolo della moneta e del commercio della merce sarebbe tenuto in moto. Gesell vedeva la causa dell’interesse nella tesaurizzazione della moneta attraverso il patrimonio. Tutte le merci sono secondo Gesell deperibili e perciò caratterizzate da un fondamentale svantaggio nei confronti dell’indeperibile moneta. Poiché di fatto tutti gli uomini hanno bisogno di denaro per lo scambio delle merci, i possessori del denaro godrebbero di un forte privilegio, che essi si fanno pagare in interesse. Nell’ottica di Gesell ciò rappresenta una “ingiustizia” del capitalismo e al tempo stesso anche la causa delle crisi economiche.

Gli obbiettivi di Gesell erano tutt’altro che umanitari. La libera moneta doveva togliere le catene alla concorrenza e ridare “ai più abili” il loro “diritto” contro i “parassiti” accaparratori di denaro. Come alcuni odierni liber-monetisti, caldeggiava l’eugenetica, ovvero il “miglioramento genetico” dell’uomo attraverso la “selezione naturale”, alla quale la libera moneta doveva dare il suo contributo.

Dalla critica popolar-nazionale dell’interesse al revival della teoria della libera moneta

Nel punto più alto della grande depressione degli anni ’30 le idee di Gesell incontrarono il terreno per loro più fruttuoso. Un esempio spesso citato come riprova pratica dell’efficacia della libera moneta è “l’esperimento di Wörgl” avvenuto fra le due guerre in Tirolo. Con l’aiuto della libera moneta, che si era autonomamente data, la comunità poté finanziare investimenti per progetti di costruzione nel circondario comunale, dare impulso alla crescita economica e così ridurre la disoccupazione e la miseria. L’esperimento venne presto ostacolato dalla banca nazionale austriaca che vedeva in pericolo la propria sovranità monetaria. Il suo effetto somigliava a quello di un programma keynesiano per lo sviluppo della crescita e per questo si pone in contraddizione con il tono di fondo della critica alla crescita di molti odierni liber-monetisti. Da questo temporaneo e limitato programma economico comunale è stato più volte desunto il possibile buon effetto che avrebbe una più ampia introduzione della libera moneta. Si tace tuttavia sulle particolari condizioni territoriali e la breve durata dell’esperimento di Wörgl.

Fra le due guerre naufragavano i tentativi rivoluzionari del movimento operaio occidentale e la crisi del capitale si acuiva. In questa situazione l’ideologia della critica dell’interesse cadeva a puntino: l’odio per il capitale finanziario, che veniva interpretato come responsabile delle proprie miserie, rendeva possibile una presa sull’ordine capitalistico e apriva al tempo stesso una valvola di sfogo per il sentimento diffuso di impotenza e umiliazione. Non per caso le vedute di Silvio Gesell influenzarono in modo determinante il funzionario nazista e ideologo del partito Gottfried Feder, il cui obbiettivo centrale, nella politica economica, di una “rottura della schiavitù dell’interesse” venne accolto nel programma del NSDAP (partito nazionalsocialista). Il folle e populista accostamento di interesse e ebraismo, alla quale anche Gesell e i sui precursori ideologici si erano fermati, aveva preparato il terreno per quella catastrofe che la critica nazional-popolare dell’interesse avrebbe suggellato.

La fine della guerra portò un periodo di crescita economica e di piena occupazione, nel quale la dottrina della libera moneta cadde nel dimenticatoio. Solo quando, negli anni ’80, il miracolo economico giunse alla fine, la disoccupazione crebbe e insieme si fece sentire la crisi ecologica, la dottrina della libera moneta si ripresentò come valida alternativa.

La crisi della nostra “civiltà” spinge verso una trasformazione sociale fondamentale. Molti la vedono realizzarsi nei circoli dello scambio e nella libera moneta, nei mercati locali, nelle monete complementari e nelle cooperative di mutuo credito. Tutte queste idee hanno nomi e origini diversi, ma un comune denominatore: deve esserci il mercato, anche se possibilmente piccolo. Deve esserci il denaro, però senza interesse. Deve esserci lo scambio, però equo. Quando ci viene offerta questa trinità come soluzione, dovremmo però esaminarla a fondo. Poiché questa presunta scialuppa di salvataggio non può dirsi sicura prima ancora che dimostri di poter galleggiare. Vediamo che cosa i sostenitori della libera moneta associano a queste idee. Possiamo sintetizzarlo in tre punti: nessun obbligo di crescita, equità e stabilità economica.

Nessun obbligo di crescita?

Nei circoli dello scambio ecologisti si è diffusa la convinzione che la libera moneta renda possibile una presunta “economia naturale” senza obbligo di crescita. Nell’interesse la moneta sembra accrescersi come da se stessa e si potrebbe pensare che proprio per questo motivo debbano crescere anche le imprese. Tuttavia questa opinione è falsa. Per comprenderlo è sufficiente dare uno sguardo al bollettino giornaliero della politica economica: ministri della finanza e Banche nazionali in tutto il mondo ricorrono allo strumento dell’abbassamento dei tassi quando la crescita economica minaccia di fermarsi. Poiché interessi bassi significa crediti economici, e per conseguenza cresce la disponibilità all’investimento, nella misura in cui sono corrispondentemente alte le aspettative di profitto. Alti tassi d’interesse per contro soffocano in ogni caso la crescita, perché spingono molte imprese al fallimento e insieme rendono non redditizi gli investimenti finanziati col credito. Dal punto di vista dei consumatori la libera moneta non comporta che l’inflazione. Grazie alla sua svalorizzazione permanente si darebbe una grande pressione, quella di spendere il più velocemente possibile la libera moneta. Anche questo effetto dovrebbe stimolare la crescita in una buona situazione economica. Non per ultimo era infatti anche questo uno degli scopi dichiarati che Silvio Gesell voleva raggiungere con la libera moneta.

L’unico argomento che resta infine per una onorevole via d’uscita ecologica della libera moneta suona, secondo il punto di vista liber-monetista, così: con la soppressione dell’interesse sarebbe pur sempre data la possibilità di non lasciar crescere l’economia, mentre l’interesse creditizio nell’”attuale sistema del denaro” forza in ogni caso la crescita. Tuttavia questa è solo una mezza verità: L’interesse creditizio impone sicuramente un profitto minimo, però le imprese prendono il credito proprio per accelerare la loro crescita, non il contrario. Questo perché con parte di capitale esterno ad interesse possono esser fatti più investimenti che con il proprio limitato capitale. Il credito procura un vantaggio decisivo nella concorrenza.

Con ciò siamo anche arrivati all’autentica causa della crescita. Non è l’interesse ad originare la crescita delle imprese e quindi dell’economia in generale, bensì la concorrenza per il massimo profitto possibile. Ciò è confermato dalle imprese stesse. 2 Infine, anche dal punto di vista statal-politico la crescita è necessaria, poiché l’aumento della produttività determinato dalla concorrenza libera continuamente forza-lavoro che può trovare di nuovo occupazione e pagare tasse solo grazie alla crescita produttiva. Inoltre la crescita economica mitiga la lotta per la redistribuzione ed è necessaria per la sopravvivenza della valorizzazione tecnologica complessiva nazionale nella competizione internazionale, la quale del resto esisteva già prima della globalizzazione.

Ecologicamente molto modesti, alcuni seguaci della libera moneta si limitano in definitiva a evidenziare l’effetto positivo di un basso tasso di interesse per gli investimenti rispettosi dell’ambiente. Con ciò però si sono già congedati dalla loro richiesta di una libera moneta, poiché interessi bassi sono auspicabili anche dal punto di vista della teoria economica keynesiana, la quale però d’altra parte confida con essi di dare impulso alla crescita.

Il delirio del rendimento

Come già il socialdarwinista Silvio Gesell prima di loro, anche gli odierni liber-monetisti propagandano una pretesa “equità di rendimento” a cui la moneta libera da interessi dovrebbe dar luogo. L’interesse è, dal loro punto vista, da criticare in quanto “reddito senza lavoro”, invece giustificato per il guadagno dell’impresa attraverso il lavoro. Questa visione riposa sulla rappresentazione fantastica della vita degli “uomini ricchi”. Chiaramente ci sono milionari che fanno una bella vita. Chi non la vorrebbe? L’amministratore di beni medio è però tutt’altro che un semplice pigro possessore di denaro, che passa il tempo a prendere il sole, mentre i suoi milioni aumentano. Uno sguardo nell’agenda degli appuntamenti di un manager che amministra fondi o il volto di uno stressato broker della borsa parlano a sufficienza: l’amministrazione del denaro è un lavoro faticoso e rischioso come nessun altro. Inoltre sono gli stessi trust industriali e conglomerati di imprese a investire il loro capitale nei mercati finanziari. Una separazione fra imprenditore “lavoratore” e capitalista “fannullone” non corrisponde alla realtà. Esiste piuttosto una “divisione del lavoro” fra anonimi capitali industriali e finanziari corrispondente al capitalismo moderno che niente ha a che fare con le fantasmagoriche figure sociali del liber-monetista.

Che cosa è l’interesse

Diversamente da quanto affermato dai liber-monetisti, l’interesse non è assolutamente un aumento di prezzo imposto dai “capitalisti”. Si tratta piuttosto – insieme al guadagno dell’impresa – di un parte del profitto che si basa complessivamente sull’appropriazione di lavoro non pagato nel processo di produzione delle merci. La merce “forza-lavoro”, che si vende sul mercato del lavoro, ha come ogni altra un valore d’uso qualitativo e un valore di scambio quantitativo. Il valore d’uso di quella merce consiste, per il capitale, nella possibilità di guadagnare, attraverso il suo utilizzo, valore di scambio. Il valore di scambio della merce forza-lavoro, il suo prezzo, che si manifesta nel salario, si dà come risultato delle abitudini sociali, dell’esito delle lotte per la distribuzione e in generale del costo della sua riproduzione, cioè la spesa per i mezzi di sostentamento, istruzione etc. Là dove la forza lavoro viene usata oltre quel periodo di tempo indispensabile per il suo valore di scambio, si dà per l’impresa un eccedenza di valore di scambio. Questo plusvalore è lo scopo della produzione capitalistica e si manifesta nel profitto.

Ciò che non viene “guadagnato” come valore economico attraverso l’utilizzo della forza-lavoro non può nemmeno essere messo da parte nella forma dell’interesse. Diversamente rispetto al prestito di denaro pre-moderno, che di fatto consumava le sostanze finanziarie del creditore, il denaro sotto le condizioni capitalistiche viene prestato non come mero mezzo di scambio, bensì innanzitutto come capitale. L’interesse è quel prezzo che il denaro in quanto capitale ha: in quanto mezzo con il quale produrre plusvalore e profitto. Il possesso di denaro rende possibile, alle condizioni capitalistiche, la produzione di plusdenaro, e questa potenza del denaro vuole anche essere corrispondentemente pagata. Il prezzo del denaro capitalistico espresso nell’interesse si orienta secondo la domanda e l’offerta del mercato finanziario. Gli interessi alla fine vengono pagati dal profitto che il denaro in quanto capitale ottiene nel processo di produzione. I debiti, a queste condizioni, servono non solo all’arricchimento del creditore ma anche a quello del debitore, fintanto che il denaro viene collocato nella produzione di profitto e non speso per i fini del consumo, capitalisticamente improduttivo.

La falsa critica della libera moneta al capitalismo viene ingannata dalla superficiale impressione che evoca il capitale portatore di interessi: esso sembra aumentarsi come da se stesso, senza l’intromissione della produzione di merce. Se non vediamo nel capitale le relazioni reificate di sfruttamento e i rapporti di produzione, lo sguardo si concentra solo sull’apparente auto-incremento del denaro nell’interesse. Si arriva allora all’impressione che il capitale finanziario “improduttivo” e la sua amministrazione si fronteggino con il “produttivo” imprenditore, qui unito in uno stesso fronte con i lavoratori e le lavoratrici. L’imprenditore viene qui visto non come facente le funzioni di capitalista, che estrae valore dai suoi lavoratori e dalle sue lavoratrici e si fa prestare a questo scopo il denaro necessario, bensì come “lavoratore speciale”. Egli certamente estrae profitto dal possesso dei mezzi di produzione e dallo sfruttamento della forza lavoro, tuttavia sembra ricevere un “salario imprenditoriale” per la sovrintendenza e l’organizzazione del processo di produzione. Per contro il denaro capitalistico “improduttivo”, che non viene visto nel suo inseparabile legame con la produzione, sembra lucrare il suo guadagno d’interesse da una supposta altra sorgente rispetto a quella da cui proviene il guadagno delle imprese che producono merce. Il pensiero della dottrina della libera moneta si comprende così non solo in base ai suoi obbiettivi politici, ma anche ad una insufficiente e superficiale interpretazione del capitale e della valorizzazione capitalistica.

Date queste premesse possiamo ora commentare anche la critica ampiamente condotta dai sostenitori della libera moneta sulle “quote d’interesse” nei prezzi delle merci. Se si volesse qui criticare l’interesse con il pedante argomento che esso entri nel prezzo delle merci, si dovrebbe nello stesso momento condannare anche il guadagno dell’impresa. Esso entra certamente nel prezzo, e neanche poco. È comprensibile che l’acquirente di crediti preferisca non pagare alcun interesse, così come il consumatore possibilmente non vorrebbe pagare proprio nulla. In quanto a ciò, ogni prezzo è sempre troppo alto. Questo però non è un argomento valido per la libera moneta, bensì un argomento contro il denaro in generale.

I liber-monetisti riconducono all’interesse anche la “redistribuzione verso l’alto”, importante nel capitalismo. Di fatto la forbice della ricchezza si deve necessariamente aprire anche senza l’interesse. Da una parte è sì il risultato del tanto propagandato, dai liber-monetisti, “calcolo di rendimento del mercato”, in base a cui vengono vagliate la “fiacchezza della concorrenza” e il “rifiuto del rendimento”. Dall’altra si accumula profitto, che viene reinvestito nella produzione per ottenere sempre più profitto, necessariamente anche senza interessi. Il salario del lavoro viene per contro regolarmente consumato e non investito nella produzione di profitto, e può essere “aumentato” solo attraverso le lotte sindacali. In ogni caso, ad un tale aumento salariale sono posti confini molto stretti: un alto tasso di crescita economica è per questo un presupposto essenziale.

Il pagamento degli interessi dai paesi poveri per il loro “credito allo sviluppo” significa di fatto una massiccia redistribuzione dal Sud verso il Nord, che eccede considerevolmente il volume dell’”aiuto allo sviluppo”. Non si possono però chiudere gli occhi di fronte al fatto che senza interessi nessuna impresa e nessun stato del mondo vorrebbero dare in prestito il loro capitale in grandi quantità. Una tale concessione di credito ha successo solo se adocchia al profitto nella produzione di merce. Perciò proprio le economie nazionali, che negli anni ’70 erano le più promettenti candidate allo sviluppo capitalistico, si sono spesso infilate più profondamente nelle crisi di debito. La libera moneta qui non può rappresentare alcuna soluzione. L’unica sensata richiesta è piuttosto una cancellazione del debito incondizionata per i paesi poveri e lo sviluppo di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione al di là del mercato, dello scambio e del denaro.

Con la libera moneta nella crisi

Veniamo ora all’ultima affermazione: un’economia di mercato con la libera moneta non conosce alcuna crisi. In ciò la dottrina della libera moneta assomiglia significativamente alla teoria economica neo-liberale, all’ideologia giustificazionista dell’attuale campagna delle liberalizzazioni. Come il neoliberalismo, la teoria della libera moneta pensa che un mercato lasciato a se stesso sia stabile ed essenzialmente non necessiti di alcun intervento politico. Perciò i liber-monetisti difendono senza mezzi termini la causa di una “libera e giusta economia di mercato”. La teoria della libera moneta si distingue da questo punto di vista dal neoliberalismo soltanto in quanto considera il “denaro senza interessi” come presupposto contro la crisi. Anche i suoi forti lamenti sull’inflazione, che essa vuole distinguere dalla perdita di valore della libera moneta, e sui debiti dello stato rassomigliano al chiacchiericcio neoliberale.

Entrambe le teorie partono da una fittizia economia di mercato con scambio naturale di merce contro merce. La moderna reale economia di mercato è però necessariamente un’economia del denaro. Proprio attraverso il denaro vengono superati i limiti dello scambio immediato: si può vendere senza poi comprare alcunché; e le imprese possono percepire crediti per finanziare i loro investimenti. In una economia di mercato produttori e consumatori non si accordano coscientemente. Lo sviluppo della domanda, del potere d’acquisto reale, del prezzo, dei bisogni dei consumatori e della capacità di produzione così come le strategie della concorrenza, lo spostamento dei flussi della domanda e l’insorgere di nuove branche per gli investitori restano sostanzialmente sconosciute. Grazie a questa fondamentale insicurezza del mercato da una parte, e ai meccanismi del credito dall’altra si accumulano necessariamente investimenti fallimentari che conducono alla fine ad una crisi economica. In una tale crisi il capitale investito senza una reale e solvibile domanda viene annichilito e privato di valore. Ciò significa: molte imprese vanno in bancarotta o devono chiudere, sopprimere posti di lavoro o ridurre i salari.

Un ulteriore fattore di crisi incorporato nell’economia di mercato è l’esaurirsi di opportunità economiche di crescita. Poiché tutti i mercati, così come le possibilità di aumento della produttività, i potenziali di razionalizzazione, il potere d’acquisto e i bisogni concreti degli uomini sono limitati, questo fattore prima o poi necessariamente si presenta. A quel punto i profitti si inabissano e gli investimenti diminuiscono. Si arriva così ad una crisi, e molti uomini perdono il lavoro e le loro entrate monetarie. La dottrina della libera moneta pensa qui che attraverso la perdita di valore della libera moneta gli investimenti aumentino e che la tesaurizzazione del denaro non possa più attrarre nessuno, in quanto presunto impedimento alla crescita – in ciò differenziandosi dalla teoria della libera moneta di orientamento ecologista. Una crisi, cioè una produzione economica stagnante o in perdita, diverrà così, secondo la loro opinione, impossibile. La libera moneta però agisce sulla crescita né più né meno come l’inflazione: nessuna perdita di valore del denaro, per quanto grande sia, può obbligare alcuno a fare investimenti. Quando non ci sono sufficienti profitti all’orizzonte, lo spirito di investimento rimane entro confini molto stretti.

La libera moneta non solo non può evitare alcuna crisi: è essa stessa portatrice di crisi. Sulla base cioè della perdita permanente di valore essa è come una patata bollente che salta di mano in mano spingendo in alto l’inflazione senza controllo. Il ruolo di deposito del valore toccherebbe a un qualunque altro oggetto di valore, prestito estero o simili. Proprio questo è ciò che accade nei paesi con alto tasso di inflazione.

L’assurdità della dottrina della libera moneta

La dottrina della libera moneta fraintende il modo di funzionare del mercato e non può perciò comprendere perché in una economia di mercato tanto il lucro quanto l’interesse debbano necessariamente esistere. Nella sua rappresentazione il denaro deve “tornare ad essere un puro mezzo di scambio”. Ma il denaro in una economia di mercato non è solo un mezzo di scambio, è fra le altre cose anche capitale. Questo significa che il denaro viene investito nella produzione di merci solo quando genera profitto. Senza profitto in una economia di mercato non c’è alcuna spinta alla produzione. Ciò si mostra nel momento in cui l’apparente automatismo produttivo dei mercati vacilla e si dissolve in una crisi. Sebbene le possibilità materiali di produzione restino esattamente le stesse, i mezzi di produzione diventano inattivi e larghe quantità di forza lavoro vengono dismesse. Detto più semplicemente, sulla base della folle logica dei mercati può accadere che uomini che si trovano accanto a luoghi di produzione pienamente funzionanti muoiano di fame.

Poiché la produzione non viene controllata dalla società, la “capacità economica” di un’impresa viene misurata unicamente in base al livello di profitto che essa stessa raggiunge. Già solo sulla base della concorrenza il profitto dell’impresa viene massimizzato per quanto possibile. Chi fa più profitto può, grazie a maggiori investimenti, crescere più velocemente ed assicurare al meglio la propria sopravvivenza economica. D’altra parte il profitto è anche l’unico scopo della produzione capitalistica: dal denaro deve venire maggior denaro. Maggior profitto significa migliori traguardi economici, maggior crescita economica. Questa linea di condotta non si modifica neanche in assenza di interessi. Il profitto normalmente non viene consumato o speso, dal capitalista immaginario dei liber-monetisti, in yacht o champagne, ma viene reinvestito in ulteriore produzione di profitto. Questo è precisamente il folle meccanismo autoreferenziale del capitalismo, voler produrre per produrre, lavorare per lavorare, investire per poter investire di più. La libera moneta non cambia una virgola di questa folle mania, piuttosto la rinforza.

L’interesse gioca in questo circolo vizioso, una volta che ne se è accettata la folle logica, un ruolo completamente “razionale”. Il capitale monetario viene dislocato tendenzialmente, in modo corrispondente alla legge di mercato della domanda e dell’offerta, nei rami con le più grandi aspettative di profitto e quindi anche con il più alto fabbisogno di capitale, il quale non si indirizza certo verso i bisogni degli uomini, bensì verso le esigenze della valorizzazione. Questo meccanismo viene controllato in modo indiretto attraverso la concessione dei crediti e l’aumento degli interessi, dunque senza il consenso diretto delle imprese. Gli investimenti considerati a rischio o a basso rendimento ricevono più difficilmente credito di quelli da cui ci si aspetta un sicuro e alto profitto. Senza interesse non ci sarebbe né stimolo né orientamento per questo processo di distribuzione del capitale.

Nello spazio del sistema capitalistico l’alternativa al meccanismo del credito del libero mercato finanziario sembrerebbe consistere nell’investimento pianificato dallo stato. Ciò richiede il potere discrezionale da parte dello stato su tutte le risorse e una estesa burocrazia statale. Il socialismo reale ha mostrato verso quali problemi tutto questo conduca. Il liber-monetismo vuole quanto più possibile respingere lo stato, ovvero liquidarlo, e realizzare un mercato che premi il rendimento del lavoro. Solo che il “denaro senza interesse” può funzionare solo in una economia nazionale isolata dal mercato mondiale, nella quale la banca nazionale centrale eserciti pieno controllo. Già sin dall’inizio l’introduzione della libera moneta causerebbe una fuga di capitali senza precedenti e con ciò grossi problemi economici. Non venne realizzata nemmeno nel periodo nazista, contrassegnato dal protezionismo e dalla folle idea anti-semita di una “rottura della schiavitù dell’interesse”. Nell’epoca della globalizzazione un tale scenario isolato semplicemente non è immaginabile. Quelle che una volta erano “economie nazionali” sono adesso sempre più interconnesse, tanto da non poter più uscire dal mercato mondiale.

L’esaurimento di possibilità di crescita più convenienti che necessitavano di una relativa maggior occupazione, così come la recessione nella crescita del mercato interno, crearono agli inizi degli anni ’70 importanti presupposti per l’attuale processo di globalizzazione del capitale. Da questo tipo di sviluppo non si può tornare indietro. L’ipotesi liber-monetista – che fra l’altro si nasconde dietro le comuni rappresentazioni della critica alla globalizzazione à la Attac – per la quale il rigonfiamento dei mercati finanziari e l’indebitamento pubblico e privato sono la ragione della crescita stagnante e della crisi economica è falsa. La connessione è esattamente rovesciata: il capitale fluisce sui mercati finanziari perché già dagli inizi degli anni ’70 il profitto nella produzione delle merci è receduto.

Il liber-monetismo rivela la sua fondamentalmente erronea comprensione del capitalismo, fra le altre cose, quando indica come esempio le monete del medioevo (i “bratteati”) come prova dei benefici effetti della libera moneta. Non vogliamo qui entrare sulla supposta connessione causale fra i bratteati, una valuta medievale con continua perdita di valore, e il benessere. Qui deve solo esser fatto rilevare che il denaro nella società feudale del medioevo giocava un ruolo marginale e non è comparabile con il denaro del capitale odierno. Sui mercati medievali non esisteva alcuna libera formazione dei prezzi, gli uomini della società feudale non erano costretti a vendere la loro forza lavoro, non c’era alcun capitale industriale, dominava la produzione per il proprio bisogno, la vita della comunità non era retta da anonime relazioni di diritto e di denaro ma da relazioni sociali personali. Poiché mancava una libera formazione di prezzi imposta dal capitale che produce profitto, non è possibile paragonare l’usura medievale con l’interesse capitalistico.

Sulla base di tutte le suddette debolezze, insulsaggini e indiscutibili aspetti politici i seguaci e le seguaci della “moneta senza interesse” si distinguono dalla dottrina della libera moneta. Ciò viene fatto sicuramente in modo sincero, e perciò è una cosa buona. Rispetto alla infondatezza dell’idea di un “denaro senza interessi” non cambia però di fatto proprio niente, sia che si accompagni ad altre idee riformatrici o ne richieda per sé sola la paternità. Le crudeltà della società della merce non si lasciano curare con una operazione superficiale, bensì sono da rigettare fuori dal mondo attraverso il superamento della forma merce e della valorizzazione.

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1 La dottrina della libera moneta vuole affrancare l’economia di mercato dal capitalismo. Nel nostro modo di intendere la cosa, entrambi i concetti richiamano invece due facce di una stessa medaglia. Essi si co-appartengono inseparabilmente: l’economia di mercato contrassegna l’aspetto del commercio delle merci, il capitalismo quello della produzione delle merci. Le espressioni “dell’economia di mercato” e “del sistema capitalistico” significano perciò essenzialmente lo stesso. Anche il socialismo reale va posto nello stesso filone del sistema capitalistico dell’economia di mercato. Si tratta del tentativo, condannato al naufragio, di una economia di mercato pianificata. Come capitale la teoria della libera moneta intende solo il capitale monetario. Dal nostro punto di vista, il capitale non è una cosa, bensì un incessante processo fine a se stesso di accrescimento di valore economico. Questo processo comprende tanto il denaro quanto la merce (materia prima, mezzi di produzione, forza-lavoro). La critica del capitalismo, qui solo schizzata, si distingue perciò in modo fondamentale dalla “critica del capitalismo” della teoria della libera moneta.

2 Bakker, L. (2000): Wachstum wider Willen? (Crescita controvoglia? ) In: Heinrich-Böll-Stiftung: Jenseits des Wachstums (oltre la crescita), Politische Ökologie 66.

(traduzione e un po’ tradimento del Febbraio 2005)

testo publicato anche in
http://www.streifzuege.org/2005/bye-bye-critica-dellinteresse
http://www.untergrund-blättle.ch/international/italiano/bye_bye_critica_dell_interesse.html

LAVORARE SENZA PADRONE
SUGGERIMENTI PER UN PROSSIMO FUTURO

Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l’Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:
– un primo segnale di quella che poi nel 2008 si presenterà come una crisi economica globale, nella quale ci troviamo ancora oggi immersi e dalla quale, secondo alcuni, non è più possibile uscire (all’interno di questo assetto sociale) per raggiunti “limiti strutturali” del modello sociale capitalistico.
– una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.

Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L’Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell’Argentina di allora.

Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo “lavorare senza padroni”, scritto da un’abile giornalista free-lance, Elvira Corona, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell’intervista e andando a scavare nell’Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi. Queste indicazioni, oggi, possono essere probabilmente molto più preziose di ogni ricetta di “salvataggio” dalla crisi, o di ritorno alla “crescita”, che qualsiasi politico nostrano, o economista prezzolato, possa pensare di rifilarci.

Molte esperienze, nate nel 2001 (ma alcune anche prima) resistono tuttora, ed anzi si sono radicate ancora più profondamente, e rappresentano di fatto un punto di riferimento per tutte quelle che vogliono, o devono, seguire la loro stessa strada. Fra le più famose, e più connotate politicamente, intervistate qui da Elvira Corona: la Fasinpat (acronimo di Fábrica sin padrones, ovvero “fabbrica senza padroni”), ex Zanon, una fabbrica fondata da italiani che produceva, e produce ancora, piastrelle; la Vaca, una cooperativa di giornalisti che nel 2001 decise di uscire dalla vischiosa logica della obediencia debida (obbedienza dovuta) nei confronti del regime e delle sue porcherie, e iniziò, con grande difficoltà, ad appoggiare il movimento delle occupazione e delle imprese recuperate; la Impa, industria metallurgica fra le prime ad essere recuperate (1998) e fra le più combattive e radicali. In ogni caso, da notare come il movimento delle ERT (Empresas recuperadas por los Trabajadores) attraversi molti settori, da quello giornalistico a quello manifatturiero, da quello alberghiero ai supermercati. Questo rende il fenomeno ancora più interessante, nella misura in cui percorre di fatto l’intero corpo sociale, e a più livelli, come vedremo.

Dalle interviste, contenute nel libro, emerge come molti fattori abbiano contribuito al successo e al consolidarsi di queste realtà – là dove, ovviamente, sono riuscite a sopravvivere contro tutte le difficoltà e gli ostacoli posti sul loro cammino. Ma alcuni elementi sembrano imporsi come “terreno comune” e fondante di ogni esperienza, anche non direttamente legata a quella argentina: passaggi inevitabili con i quali tutte le ERT hanno dovuto, e con ogni probabilità debbono ogni qual volta esse si presentino all’orizzonte, fare i conti per crescere e radicarsi. Possiamo enuclearne 3:

– SOLIDARIETÀ:
un fattore determinante per la riuscita di una ERT è senz’altro la solidarietà, non solo però fra i lavoratori, cosa che presuppone una maturità collettiva non semplice da raggiungere da parte di chi è stato abituato tutta la vita a lavorare eseguendo meccanicamente ordini, ma anche da parte del corpo sociale nel quale l’esperienza della singola impresa recuperata va ad inserirsi. Quest’ultimo fattore per fortuna non è mancato in Argentina, e forse è stato quello decisivo là dove le imprese autogestite dagli operai sono riuscite a vincere e radicarsi. Dicono per esempio i lavoratori della Chilavert, un’impresa di Buenos Aires recuperata nel 2002 che si occupa di stampa e grafica: “Qui in particolare è stato semplice ed automatico perché siamo in un quartiere abbastanza piccolo, ma la gente anche nel resto della città di Buenos Aires era d’accordo con le lotte degli operai. Quando spiegavamo le ragioni della nostra battaglia ci appoggiavano tutti”. (p.25) Oppure i lavoratori di Grissinopoli (ora cooperativa “La Nueva Esperanza”), una fabbrica di grissini recuperata nello stesso periodo: “Era inverno e faceva davvero freddo, molti venivano a portarci pane e zucchero … la gente del quartiere Palermo ci prestò 2000 pesos per comprare le materie prime con cui lavorare”. (p.38)
Ma la solidarietà è, appunto, anche fra lavoratori e per i lavoratori. Come dice José Abelli, primo presidente e portavoce del Mner (Movimiento nacional empresas recuperadas): “Il neoliberismo cerca i paradisi con la manodopera schiava, i luoghi meno cari come la Cina, il Sudest asiatico, dove le aziende possono avere più margine di guadagno, precarizzando e schiavizzando la manodopera in quei paesi e distruggendo i posti di lavoro qui o nei vari paesi di origine. Noi attuiamo un processo di integrazione e di uguaglianza delle condizioni, per esempio cercando di generare più posti di lavoro”. (p.158)

– QUESTIONE SINDACALE E RAPPORTI CON LO STATO:
I rapporti – ma forse sarebbe più corretto dire “le lotte” – coi sindacati e con lo Stato sono senz’altro un altro fattore molto importante per la riuscita delle ERT. In genere i sindacati non sono favorevoli ad una autogestione operaia, perché questo significa perdere il controllo sugli operai, e insieme la forza di contrattazione nei confronti dei padroni – contrattazione, va detto, non sempre svolta a favore dei lavoratori, ma sempre più spesso per difendere istanze corporative e garantirsi sacche di potere. Da parte sua lo Stato, per ragioni simili, non vuole e non può rinunciare ad un controllo sul circuito economico nazionale ma al tempo stesso non è disposto a, e probabilmente neanche può, trovare soluzioni soddisfacenti per salvaguardare i diritti e la dignità dei lavoratori. Entrambi però, sindacati e Stato, nell’esperienza argentina si sono trovati a dover rispondere positivamente ad una situazione di lotta di fatto molto estesa, che li ha posti di fronte alle esigenze di un intero corpo sociale in movimento, divorato da una crisi per i cui devastanti effetti essi stessi avevano giocato un ruolo non marginale. Per esempio, sempre alla già citata Chilavert: “Di fatto [il sindacato] ci snobbò. In Argentina la salute e le associazioni sociali dei lavoratori vengono gestite attraverso i sindacati, e il nostro smise di occuparsi di noi. Con il tempo iniziò a riavvicinarsi, si rese conto che non poteva continuare a ignorarci”. (p.28) Oppure, secondo quanto sostiene Maria Pino di Grissinopoli, i sindacati “sono molto potenti, è come un gioco delle parti, dicono che sono dalla parte dei lavoratori però quando è il momento di fare qualcosa non aiutano per niente”. (p.40)
Un altro dei meriti delle autogestioni è stato quello di sapersi contrapporre con intelligenza ai sindacati, fino ad arrivare a “recuperarne” alcuni, al pari delle fabbriche. Per esempio, il sindacato ceramisti di Nuquén, che ha svolto un ruolo molto importante ai fini di garantire il successo alla riappropriazione operaia della ex-Zanon: un sindacato anch’esso di fatto “recuperato” dai lavoratori, e tornato ad essere quello che doveva essere, cioè un organismo di tutela reale degli operai, gestito dagli operai stessi. Dice Omar della ex-Zanon: “Generalmente in Argentina le parole sindacato e sindacalista sono mal viste. Noi proviamo a dimostrare qualcosa di diverso. Ci sono molti compagni che hanno recuperato le commissioni interne. Negli ultimi tempi si è recuperato un movimento sindacale importante, che sta mostrando un modo diverso di organizzarsi, e molti si sono ispirati al lavoro del Sindacato Ceramisti”. (p.56)
Lo stesso tipo di problemi si pone di fatto anche per i rapporti con lo Stato. Lo Stato argentino ha avversato in molti modi le occupazioni e le autogestioni operaie, sia in modo violento, con polizia ed esercito, sia in modo molto più subdolo (spesso con la complicità degli stessi sindacati) proponendo forme di gestione delle imprese recuperate che finivano per farle fallire oppure riportarle nell’alveo di una normale amministrazione controllata da figure esterne e diverse da quelle operaie. Tuttavia, lo Stato resta un referente importantissimo per le ERT, le quali premono assiduamente per ottenere una legge definitiva di espropriazione a livello nazionale e non solo a livello regionale, come ve ne sono già. Dice Eduardo, il presidente della cooperativa che gestisce la IMPA: “Lo Stato vuole che la società sia una società mendicante, e che tutti i tipi di organizzazione debbano sempre dipendere da lui in qualche modo” (p.240) … “Anch’io credo che i settori di produzione importanti, i settori strategici dell’economia, debbano essere nelle mani dello Stato, però la maggior parte può tranquillamente andare avanti con l’autogestione”. (p.246)
Anche in questo, insomma, le ERT aiutano a portare avanti una riflessione difficile, dai contorni poco chiari specie in periodi caotici come questi: una riflessione, scevra da pregiudizi e legata all’esperienza di lotta e di sopravvivenza quotidiana, sullo Stato e le organizzazioni dei lavoratori, il loro ruolo, i loro limiti, i loro possibili utilizzi ai fini della causa dell’autogestione operaia.

– GESTIONE ORIZZONTALE E AUTORGANIZZAZIONE OPERAIA:
Ma l’aspetto forse più importante e dirompente dell’esperienza argentina, quello che più ha da insegnare qualcosa al mondo intero, è il fenomeno dell’autogestione operaia, i cui principi di base sono la gestione orizzontale e la capacità di pianificazione della produzione e non solo. Lì viene dimostrato che si può “vivere senza padroni”, che i padroni non sono necessari, e che una organizzazione dal basso, paritaria e basata sui principi della solidarietà e della condivisione può funzionare come, se non meglio, di una gestita in modo verticale come lo è l’impresa classica. Sempre dalla Chilavert. “Questa è la differenza importante: prima era qualcosa che faceva solo il padrone, prendeva decisioni che poi venivano comunicate ai dipendenti e questi dovevano lavorare secondo gli ordini, niente di più. Non c’era nessuna possibilità di discussione. Oggi invece si decide insieme. Prima era una gestione piramidale, ora possiamo definirla orizzontale”. (p.27)
Fondamentale resta il “controllo operaio”: nessun deve avere in pugno la fabbrica, o il posto di lavoro quale che sia, se non i lavoratori stessi. Qui risiede uno dei segreti del successo delle ERT che sono riuscite a portare fino in fondo, vittoriosamente, il loro tentativo di autogestione. Là dove questo elemento è venuto a mancare, le ERT hanno perso o comunque hanno visto snaturato in modo radicale il loro progetto, il che di fatto equivale ad una sconfitta. Dice Diego del Bauen, un albergo recuperato di Buenos Aires: “Se si resta convinti che per lavorare bisogna dipendere da qualcun altro, da qualcuno con il capitale, che il padrone è la figura indispensabile, che ci deve essere sempre qualcuno che comanda, si riduce la possibilità di ragionare e di pensare che chiunque può creare un circuito diverso, qualcosa di buono”. (p.112)
Nell’autogestione delle ERT, tutti imparano a fare tutto, pur fra mille difficoltà. Dice Eduardo di IMPA: “una cosa era dire nelle riunioni: prendiamo la fabbrica e rimettiamola in funzione, un’altra farlo nella pratica; ma abbiamo dimostrato che si poteva fare” (pp.229-230) … “Nel processo è essenziale la soggettività dei lavoratori, il loro cambiamento di percezione” (p.231) … “Certo non stiamo amministrando una multinazionale, però sappiamo gestire tutte le questioni di acquisto, vendita, distribuzione etc. I compagni hanno imparato molto presto il funzionamento, rompendo un po’ il mito che in quest’area ci devono lavorare persone particolarmente esperte”(p.232) … “La cosa più importante è aver dimostrato che si può gestire un’impresa solo coi lavoratori, e che oggi tutti i lavoratori dell’Argentina sanno che questo è un nuovo metodo di lotta e che è già collaudato” (p.234): un metodo di lotta che garantisce a tutti una vita quanto più dignitosa possibile, dove il lavoro, poco o tanto che sia, viene ripartito in modo egualitario, così come i ricavi, e non viene praticata l’esclusione come nelle imprese capitalistiche, dove conta solo il profitto e l’accumulo di denaro. Sempre Eduardo: “Qui le cose funzionano meglio, perché io sono convinto che la cooperazione superi la concorrenza” (p.238)
L’impresa recuperata, che si basa su principi diversi dall’impresa capitalistica, diventa così uno sorta di spazio sociale, all’interno del quale è possibile dar vita ad attività molto diverse da quelle legate alla mera attività lavorativa: dai balli popolari ai centri di educazione e di salute, fino ad una università per i lavoratori. “Noi crediamo che l’impresa debba essere davvero un’impresa sociale, non un’impresa e basta. Perché non è che un’impresa o una cooperativa debbano pensare solo ai guadagni. Devono essere veramente sociali, ovvero con un altro modo di lavorare, che l’utilizzo degli spazi possa essere per tutti, a disposizione degli altri, della società”. (p.243)
Tutto questo non è facile, va avanti fra molte difficoltà, determinate da fattori esterni ma anche dagli stessi lavoratori, e spesso a tentoni, cercando di capire in “corso d’opera” quale sia la strada migliore da percorrere. Ma il risultato, pur precario e spesso provvisorio, non può che incoraggiare a proseguire sulla via dell’autodeterminazione. Dice Manolo della cooperativa di giornalisti La Masa di Rosario “L’autogestione è stata una risposta su tutti i fronti della crisi: l’economico, l’ideologico, il sociale. La questione basilare resta il dover portare a casa il pane per la nostra famiglia, però c’è anche una nuova democratizzazione della produzione, la discussione fra pari su come gestire la fabbrica, su come portare avanti queste attività economiche. Gli operai se ne fanno carico, tra mille difficoltà, ma rappresentano una ricchezza enorme. Per questo è un grande fenomeno, anche nel quadro della lotta per i diritti umani”. (p.140)

L’esperienza argentina delle ERT rappresenta sicuramente un modello e un viatico per la nascita di esperienze simili, e non solo in Sud-America o in altre zone fuori dai circuiti primari del mercato, ma anche nel cosiddetto “primo mondo”, dove la crisi sta falciando posti di lavoro e devastando economie. È un fatto che anche in molti paesi europei siano nati negli ultimi tempi esperimenti come quelli visti in Argentina (Vio.me in Grecia, Ri-maflow in Italia etc.). Che questo possa rappresentare una alternativa tout-court al regime del capitale, è ancora tutto da dimostrare. Vero è che un passaggio che vede l’autogestione dei lavoratori non può che far ben sperare. Che questo possa un giorno inserirsi non più in un contesto di mercato e di competizione, ma in uno solidale e cooperativo, magari dove non siano la produttività febbrile, la ricerca del profitto e il consumo compulsivo ma la convivialità, l’equità e la riappropriazione del tempo di vita a permeare il corpo sociale, è la nostra prossima speranza. Anche le ERT più politicizzate sembrano concordare. Sempre Eduardo, dell’IMPA: “Di fatto crediamo nell’autogestione dei lavoratori, ma anche che, per poter cambiare la realtà, noi abbiamo un compito primario: distruggere il sistema capitalistico. Senza questo non c’è modo di non avere padroni, per quanto si possa essere autogestiti” (p.230) … “Ma i cambiamenti di paradigma sono difficili. Io sono convinto che le nuove società non saranno integrate sulla base del lavoro come invece è successo nel passato” (p.249).

(luglio 2013)

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testo pubblicato anche qui:

http://www.senzasoste.it/letture/lavorare-senza-padroni-suggerimenti-per-un-prossimo-futuro
http://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/2907-cybergodz-lavorare-senza-padrone.html
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=61095

TUTTE LE BANCHE CENTRALI STANNO PER TRASFORMARSI IN “BAD BANKS”
(testo originale qui: http://www.krisis.org/2012/alle-zentralbanken-sind-dabei-sich-in-bad-banks-zu-verwandeln)

Intervista con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte) a cura di Reinhard Jellen, apparsa originariamente su Telepolis, Heise Zeitschriften Verlag (1.8.2012)
(traduzione italiana febbraio 2013)

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Nuvole nere all’orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell’euro è in vista, le contro-misure politiche adottate(1) sembrano per contro – nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente(2) per un debito complessivo € 644.000.000.000) – destinate ad essere sempre meno efficaci.

Qualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi,(3) con la prospettiva del crollo dell’ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell’inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”(4) la nostra epoca come il momento storico in cui l’economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.

-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale(5) meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff:
Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c’è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l’economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva. D’altra parte, però, le spiegazioni per questo drammatico sviluppo sono estremamente scarse. Il dibattito ufficiale sulla crisi si muove al livello dell’idraulico dilettante che ripara qua e là un paio di tubi, mentre al piano inferiore la cantina è allagata. Vengono discusse tutta una serie di misure finanziarie e tecnologiche, ma nessuno sa esattamente che cosa ne verrà fuori, perché manca un’analisi teoreticamente fondata del processo di crisi in corso.

Gli esperti delle dottrine economiche prendono apertamente atto del fallimento della loro disciplina. Per esempio, il professore di Harvard ed ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha detto recentemente in una rivista di settore,(6) che i molto eleganti modelli economici, che hanno dominato il mondo accademico per decenni, sono, in pratica, “molto, molto inutili. Quando il grande shock è arrivato, hanno dimostrato di essere senza valore”.

-A che cosa è dovuto questo fallimento totale?

Ernst Lohoff:
Noi pensiamo che sia già nel modo di porre la questione. La questione fondamentale della nostra epoca di crisi è davvero evidente. Perché una società, la cui capacità produttiva è esplosa, dove cioè si può produrre una ricchezza infinita, si renderebbe conto che probabilmente “ha vissuto oltre le proprie possibilità”? La risposta a questa domanda si trova in Marx – sempre che lo leggiamo criticamente e contro l’interpretazione del marxismo tradizionale e della cosiddetta “Marx-Renaissance”, a cui stiamo assistendo proprio adesso.

“Il capitale” di Marx non inizia con l’antagonismo tra capitale e lavoro, ma con la “forma elementare” della società capitalistica: la merce. Marx mostra che la contraddizione fondamentale si trova già proprio nella merce, ed è attraverso questa contraddizione che si possono spiegare le crisi del capitalismo in generale e la crisi attuale in particolare. È la contraddizione tra due diverse forme di ricchezza: la ricchezza materiale, che si esprime nella produzione di beni, e la ricchezza astratta, che viene rappresenta nella categoria del valore e gestita come denaro.

Sotto le condizioni del moderno modo di produzione delle merci, cioè nella società capitalistica, la ricchezza materiale viene sempre e solo prodotta nella misura in cui può anche esistere come valore, nella misura cioè in cui essa contribuisce alla valorizzazione del capitale. La produzione di beni è qui sempre e solo un mezzo per un fine, ad essa esterno, cioè al fine autoreferenziale di fare più soldi dai soldi. Se tale obiettivo non può essere soddisfatto in quanto l’impiego di capitale non trova sbocchi, si blocca anche la produzione di ricchezza materiale: vengono così distrutte merci perché non più vendibili, nonostante bisogni di masse enormi rimangano insoddisfatti. Ad esempio, le persone devono vivere in tende, mentre le loro case restano vuote, solo perché esse non sono più in grado di pagare i loro prestiti.

-Che cosa caratterizza la crisi economica della società borghese, rispetto ad altre epoche?

Norbert Trenkle:
In linea di principio si può dire che le crisi nel capitalismo non nascono dalla mancanza, ma sorgono dall’eccesso e in mezzo a questa abbondanza. Questa è una follia, che l’economia politica ufficiale non può spiegare, perché essa naturalizza la produzione di ricchezza astratta. La produzione di merci le appare come una forma quasi naturale di attività economica umana. Pertanto, non ha occhio per la contraddizione interna tra produzione di ricchezza materiale e produzione di ricchezza astratta ed è cieca sulle cause di fondo(7) del processo di crisi.

-Che tipo di crisi economica è esattamente quella presente?

Ernst Lohoff:
Marx distingue tra le crisi generali e specifiche, ed afferma: “Tutte le contraddizioni della produzione borghese vengono collettivamente ad esplosione nelle crisi mondiali generali, nelle crisi particolari (particolari secondo il contenuto e l’estensione) solo in maniera dispersa, isolata, unilaterale”.(8) Di conseguenza, nessuna crisi nella storia del capitalismo si è meritata il titolo di “crisi generale” come l’attuale, quella cioè che si è manifestata dopo il crollo del 2008. Si tratta di un intero sistema di crisi parziali che sono reciprocamente dipendenti, sovrapposte e costruite l’una sull’altra.
Ci sono due livelli che devono essere tenuti separati analiticamente. Prima di tutto, vi è una crisi strutturale della produzione di valore reale. Ciò almeno già dagli anni ’70, anche se in modo “sotterraneo”, e questa crisi non è mai stata superata e nemmeno può esserlo, perché deriva dal fatto che la produttività è troppo alta per tenere in piedi il processo di valorizzazione del capitale. Il capitale deve moltiplicarsi, altrimenti cessa di essere capitale, e per far ciò un numero sempre crescente di lavoratori deve essere impiegato nella produzione di merci. Al tempo stesso, però, la concorrenza incoraggia una inarrestabile corsa verso la produttività, la quale comporta la sostituzione di forza lavoro vivo con beni strumentali. Questa è la contraddizione interna di base del modo di produzione capitalistico, che alla fine si rivolge necessariamente contro di esso. Vale a dire, se la produttività è così alta che la forza lavoro di massa è in esubero, vengono messi in discussione i fondamenti stessi della valorizzazione del capitale. Proprio questo è ciò che costituisce il nucleo fondamentale della crisi strutturale, nella quale il sistema capitalistico mondiale è incappato dalla fine del boom del secondo dopoguerra.

-E qual è l’altra componente essenziale della crisi?

Norbert Trenkle:
Questa crisi appena descritta è stata ignorata per decenni grazie alla bolla dei mercati finanziari. Dopo le crisi degli anni 1970 l’accumulazione di capitale sociale complessivo tornò di nuovo in pista e l’economia mondiale in crescita. Tale crescita, tuttavia, non proveniva più dalla produzione di valore effettivo grazie all’utilizzo di forza lavoro, ma dalla crescita esplosiva del capitale finanziario industriale. Poiché il settore finanziario ha messo sempre più titoli (di debito, di capitale, derivati) in circolazione, con questo trucco ha trasformato valore futuro, cioè valore che non ancora prodotto – e forse non lo sarà mai – in ricchezza astratta.

Questa accumulazione di capitale attraverso l’anticipazione di valore, che da lungo tempo ha assunto proporzioni astronomiche, è però essa stessa finita in crisi. Il costante aumento dei titoli, senza i quali il capitalismo non può più sopravvivere, procede, anzi accelera ancora di più, ma solo perché questa attività è ora gestita dagli stati, e soprattutto dalle banche centrali. Gli stati spingono il loro debito al massimo e le banche centrali concedono eccessivo credito alle banche private con tassi di interesse pari a zero, mentre allo stesso tempo acquistano titoli di Stato, che altrimenti nessuno acquisterebbe più. Ma anche qui vengono lentamente raggiunti i limiti, come la crisi dell’euro(9) mostra.

-Come è cambiato il ruolo delle banche centrali nel corso della crisi finanziaria?

Ernst Lohoff:
Con il termine “capitale fittizio” ognuno pensa innanzitutto alla forma fittizia del capitale nelle mani di attori economici del settore privato, alle pretese delle banche commerciali verso i loro debitori, alle azioni e ai titoli di stato che sono nelle mani delle compagnie di assicurazione, dei fondi pensione o degli investitori privati. Nella misura però in cui le valute si sono sganciate dall’oro, è diventato importante un altro attore per la formazione di capitale monetario nel settore finanziario e industriale, e cioè la banca centrale. La politica monetaria non significa altro che le autorità monetarie possono determinare l’ammontare del capitale monetario fittizio. Questo può essere fatto indirettamente, ad esempio attraverso la costituzione di riserve minime che le banche commerciali non possono dare in prestito.

Molto più importante però è un altra cosa: le banche centrali stesse scendono in campo in quanto operatori di mercato sui mercati monetari e dei capitali e accumulano capitale fittizio. La cosiddetta “creazione di moneta” consiste nel fatto che le banche centrali concedono prestiti alle banche commerciali, in modo da acquistare promesse di pagamento. Quando la banche centrali riducono gli interessi su tali prestiti, alimentano la formazione di capitale fittizio. L’aumento dei tassi di interesse ha invece l’effetto contrario. Questa politica dei tassi di interesse ha svolto fino ad oggi un ruolo centrale per il superamento delle crisi nell’era del capitale fittizio. Anche per esempio nella grave crisi della “new economy” all’inizio del nuovo millennio, dove è stato possibile rivitalizzare l’accumulazione privata del capitale fittizio attraverso drastici tagli dei tassi di interesse.

Nutrita dal credito a basso costo è nata però la bolla immobiliare, la quale ha fatto tornare in crisi la già debole economia reale. Nella crisi attuale però si vede qualcosa di ancora diverso. Al fine di evitare il collasso del sistema finanziario, le banche centrali devono adottare una politica di zero tassi di interesse, la quale fornisce poi la materia prima per nuove bolle, e accollarsi insieme sempre più titoli tossici e concedere prestiti su larga scala dove nessuno altrimenti lo farebbe più. Durante la fase acuta della crisi nell’autunno del 2008, esse si sono limitate a sostituire il mercato interbancario crollato. Normalmente sono le banche internazionali a prestarsi l’un l’altra, in tempi brevi, denaro che in quel momento non usano. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, però, la reciproca diffidenza era così grande che questo tipo di flusso di denaro si prosciugò e le banche private potettero ricevere credito oramai solo dalle banche centrali.

Ancora più grave di questo salvataggio a breve termine è che le banche centrali sono diventate, su larga scala, acquirenti di titoli di Stato al fine di evitare che il mercato di questi titoli crolli e gli Stati dichiarino bancarotta uno dopo l’altro. Ma la crisi del sistema bancario continua a covare sotto la cenere. Le banche centrali stanno rischiando molto alimentando le banche in difficoltà commerciali con finanziamenti a lungo termine, che naturalmente devono poi essere ammortizzati in caso di fallimento.

Siano esse la Fed o la BCE, tutte le banche centrali si stanno trasformando in bad banks. Esse stanno pompando come pazze capitale monetario nel sistema bancario mentre la qualità delle loro riserve si sta rapidamente deteriorando, poiché esse consistono in una sempre più alta percentuale di titoli tossici invendibili. Anche se questo acquisto, dettato dall’emergenza, di “promesse di pagamento” negli ultimi quattro anni ha evitato il collasso del sistema finanziario, tuttavia la necessaria svalutazione è stata solo rimandata e, al tempo stesso, scaricata sul sistema sociale.

-Quanto sono alte le possibilità che si inneschi un processo inflazionistico?

Norbert Trenkle:
La stabilità monetaria è minacciata su due fronti: da un lato le banche centrali iniettano sempre più capitale monetario nel sistema bancario. Fino a quando questo capitale viene impiegato dalle banche e dai loro clienti di nuovo come capitale, quindi per l’acquisto di titoli o investito in modo produttivo, non ci sono serie conseguenze per la stabilità monetaria. La cosa cambia, invece, quando fluisce nei mercati dei beni e viene considerato come un mero denaro in avanzo di fronte alle merci scambiate. Quando questo accade in larga misura, la bolla della sovrastruttura finanziaria si trasforma, a causa del venir meno della redditività del capitale, in una svalutazione del mezzo monetario, vale a dire nell’inflazione. Allo stesso tempo, come già indicato, questo condurrà presto o tardi a una aperta svalutazione delle riserve valutarie. L’offerta iper-gonfiata di moneta si troverà così di fronte a crediti senza più valore.

Il problema non è quindi, in questo contesto, se si daranno processi inflazionistici, ma quando si daranno e in quale forma. Ad oggi, il rincaro inflazionistico si è limitato, almeno in Germania, ai metalli preziosi e agli immobili, che servono come investimento alternativo nel mondo dei beni materiali. Nella quotidianità questo appare come maggiore redditività sotto forma di affitti più alti. Non durerà comunque a lungo.

In un certo senso tutto ciò significa un ritorno allo stato in cui l’economia mondiale si trovava prima del grande decollo del capitale fittizio. Gli anni ’70 sono stati caratterizzati, nei paesi centrali del capitalismo, da un fenomeno che gli economisti hanno chiamato “stagflazione”. Cifre di crescita deboli erano accompagnate da tassi di inflazione di circa il 10 per cento. Rispetto alla situazione di allora le dimensioni della crisi sono state dilazionate. Ma la crescita debole adesso è probabile che si trasformi in depressione manifesta, e l’inflazione in iperinflazione. Dilazionare la crisi ha un suo prezzo.

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note:
1- http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2011/10/2011-10-24-esm-efsm-efsf.html
2- http://de.statista.com/statistik/daten/studie/232839/umfrage/gesamthaftung-von-deutschland-in-der-euro-krise/
3- http://www.streifzuege.org/2011/was-sie-schon-ber-die-krise-wissen-wollen-aber-nie-zu-fragen-wagten
4- http://www.unrast-verlag.de/die-grosse-entwertung-297-detail
5- http://www.streifzuege.org/2012/wer-ist-schuld-am-krisenausbruch-2
6- http://www.handelsblatt.com/unternehmen/management/koepfe/star-oekonom-fordert-neuorientierung-der-wirtschaftswissenschaften/6097068.html
7- http://www.linksnet.de/de/artikel/27645
8- http://www.streifzuege.org/2012/alle-zentralbanken-sind-dabei-sich-in-bad-banks-zu-verwandeln#a1. Il passo di Marx citato si trova in “Teorie sul plusvalore”, qui: http://www.criticamente.com/marxismo/plusvalore/Marx_Karl_-_Teorie_sul_plusvalore_-_II.pdf (p.388). In lingua originale, “Theorien über den Mehrwert”, qui: http://www.dearchiv.de/php/dok.php?archiv=mew&brett=MEW262&fn=K17_14.262&menu=mewinh
9- http://www.krisis.org/2012/in-der-eurofalle

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testo pubblicato anche qui:
http://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/14761
http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/7176-tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-%E2%80%9Cbad-banks%E2%80%9D
http://www.cobaspisa.it/tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-bad-banks/
http://it.wordpress.com/#!/read/topic/capitalismo-e-crisi
http://vecchia-talpa.blogspot.it/2013/03/tutte-le-banche-centrali-stanno-per.html
http://www.sinistrainrete.info/finanza/2647-elohoff-e-ntrenkle-tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-bad-banks.html
http://gossip.libero.it/search/norbert-trenkle
http://www.senzasoste.it/le-nostre-traduzioni/tutte-le-banche-centrali-si-stanno-trasformando-in-bad-banks
http://www.krisis.org/2013/tutte-le-banche-centrali-stanno-per-trasformarsi-in-bad-banks

Nel 2008, a seguito della crisi economica mondiale scatenata dall’implosione dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti, esce, a cura di Norbert Trenkle del gruppo Krisis, il testo “Weltmartkbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), qui tradotto.

Il testo assume un’importanza particolare, nella misura in cui riassume le posizioni che questo gruppo porta avanti da anni e che in qualche modo hanno largamente anticipato la crisi e le sue ragioni. Esso prova a dare una lettura “inattuale” e fuori dal coro della crisi economica in corso, lettura che può aiutare ad impostare correttamente il problema e a cercare soluzioni più radicali e capaci di intaccarne i meccanismi di fondo.

Per un aiuto alla lettura, sinteticamente ecco i punti “forti” del testo:

-la crisi economica mondiale era in corso da lungo tempo e la sua esplosione entro un periodo più o meno breve era ampiamente prevedibile

-le cause di questa esplosione non sono da ricercarsi nella malvagità di un numero comunque limitato di avidi speculatori dediti alla finanza più cinica e spietata, ma nel meccanismo di fondo della riproduzione capitalistica stessa. La “rivoluzione microelettronica”, ovvero il passaggio da una produzione seriale meccanica fondata sul lavoro vivo ad una fondata sulla tecnologia microelettronica, ha destrutturato gli apparati produttivi, aumentando in modo esponenziale la produttività del lavoro e al tempo stesso espellendo lavoro vivo. Questo ha determinato un afflusso enorme di merci sul mercato che restano per lo più invendute, interrompendo quindi la loro necessaria valorizzazione, ovvero l’indispensabile trasformazione in valore monetario, e insieme minato la base stessa della creazione di valore, cioè il lavoro vivo ora espulso dai cicli produttivi, quindi neanche più in grado, come lo voleva per esempio il sistema di regolazione fordista, di concretizzare il ciclo della valorizzazione acquistando la merce prodotta. Almeno dagli anni ’70, da quando cioè la crisi di valorizzazione ha cominciato a farsi pressante, il capitale si è rifugiato nell’ambito finanziario, unico grazie al quale era possibile realizzare i profitti necessari a mantenere in vita il ciclo capitalistico. Questi profitti tuttavia erano fittizi, perché non realizzati grazie all’estrazione di valore derivato dal lavoro vivo, quindi dall’economia reale, ma dalla mera speculazione su valore già esistente, speculazione che da quel momento ha generato una bolla di valore senza base reale (capitale fittizio) la cui inevitabile deflagrazione sta portando conseguenze che cominciano ad avvertirsi, con estrema durezza, solo adesso.

-la politica mostra anch’essa, entro questo schema, i suoi limiti storici, nella misura in cui è un elemento indispensabile, insieme allo Stato, della regolazione e distribuzione capitalistica, e dalle sue regole e dalle sue esigenze determinata.

-false risposte alle cause della crisi determinano fallaci illusioni, come quella che la politica possa in qualche modo trovare soluzioni efficaci, e pericolosi sviamenti, quali quelli che vedono negli “ebrei” (parola usata da quelli di Krisis, oltre che nel suo senso letterale, anche per indicare l’immagine stereotipata di “speculatore” tipo) la causa di tutti i mali. Tra le nefaste conseguenze che questo tipo di risposte possono comportare, non ultima è quella di credere che la soluzione passi per l’“eliminazione” di alcune soggettività e la loro sostituzione con altre più “virtuose”, capaci di “valorizzare” il lavoro onesto e produttivo, lasciando però di fatto intatto il sistema, e non accorgersi invece come siano il capitalismo (il “soggetto automatico” come lo chiamava Marx) ed i suoi meccanismi di riproduzione il problema e l’unica soluzione la loro estinzione.

La produzione del gruppo Krisis, molto ampia e per lo più non tradotta in italiano, è rintracciabile nel loro sito web ==> http://www.krisis.org

(traduzione italiana ottobre 2012)

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TERREMOTO NEL MERCATO MONDIALE
Sulle cause profonde dell’attuale crisi finanziaria
Maggio 2008 – Norbert Trenkle (gruppo Krisis)
Scarica il PDF QUI

È almeno a partire dalla cosiddetta “critica del capitalismo” di Franz Müntefering nel 2005 che si è imposta un po’ ovunque l’immagine della “locusta” per esprimere ciò che gran parte dell’opinione pubblica già dava per scontato: e cioè che la responsabilità principale dell’attuale crisi economica e sociale debba essere imputata ad “avidi investitori finanziari”. Non deve quindi sorprendere l’eccessivo utilizzo di questa metafora e l’equivalenza, espressa nella broschure del “sindacato unificato dei servizi” (in tedesco: Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft – Ver.di), per la quale “capitalismo finanziario = cupidigia allo stato puro”.(1)

Per fortuna è stata articolata, per esempio nei sindacati, una forte critica a questo opuscolo, critica che sembra destinata a dar vita a un dibattito a lungo rimandato. Per difendersi contro le critiche gli autori dell’opuscolo hanno messo in campo un argomento molto illuminante. Avrebbero – scrivono in un contributo pubblicato sul giornale on-line LabourNet – (2) preventivamente discusso sulla metafora “locuste”, arrivando però “alla conclusione che … parlando di queste tematiche, questo concetto andava necessariamente espresso, altrimenti avremmo avuto bisogno di circonlocuzioni complicate, e alla fine sarebbe diventato chiaro ai lettori che comunque stavamo parlando delle ‘locuste’”

Questo argomento è illuminante in quanto sottolinea come la metafora della locusta non sia solo una superficiale attribuzione ideologica, che possa essere sostituita da un’altra più “innocua” (cioè senza connotazione anti-semitica), bensì sia strettamente legata alle argomentazioni della brochure e ad altre simili. Proprio qui insomma casca l’asino. Problematica è però soprattutto l’analisi economica o, più precisamente, il modo in cui viene effettuata la critica del capitale finanziario, con la quale l’immagine utilizzata va a braccetto. Naturalmente la critica del capitalismo deve analizzare la connessione tra l’enorme bolla dei mercati finanziari e la dinamica della crisi globalizzata del capitalismo, e chiedersi quali conseguenze pratiche per i movimenti sociali e sindacali ne conseguano. La questione fondamentale, tuttavia, è in che cosa consista tale connessione. Il seguente testo cercherà di contribuire a trovare una risposta a questa domanda, rispondere alla quale sta diventando, a fronte della sempre più minacciosa crisi dei mercati finanziari internazionali, estremamente urgente.

L’attuale crisi dei mercati finanziari internazionali, che rischia di trasformarsi in una crisi vera e propria a livello mondiale, è attribuita da quasi tutti i commentatori ed esperti economici allo scatenamento senza freni della speculazione, soprattutto negli Stati Uniti. Nel mirino sono finiti quindi banche e fondi di investimento, considerati i principali attori di questa speculazione, ma anche governi e le stesse banche centrali (in primo luogo il governo degli Stati Uniti e la Federal Reserve), che avrebbero consentito e incoraggiato questa evoluzione. Si sentono così rassicurati nelle loro convinzioni tutti coloro che per anni hanno indicato nella speculazione sfrenata la causa principale degli attuali sconvolgimenti economici e sociali – quali la disoccupazione di massa, il taglio dei salari o l’incentivazione della concorrenza e la demolizione dello Stato sociale – e vedono come chiave di volta per risolvere questi problemi la regolamentazione e il controllo dei mercati finanziari.

Ora, potrebbe sembrare, ad una prima superficiale considerazione, che la crescente pressione economica sulla società origini effettivamente, nel suo complesso, dai mercati finanziari. Chi potrebbe negare che essi abbiano storicamente vinto, in modo determinante, e abbiano avuto una forte influenza sullo sviluppo economico? Da lì ad identificarli come i principali responsabili dei mali sociali, è un passo. Tuttavia non è solo per il fatto che rimane in superficie che la polemica contro gli hedge fund, i private equity fund e altri fondi operanti sul mercato finanziario (usando immagini ideologicamente estremamente pericolose come “locuste” e “sanguisughe”)(3) trovi un’eco così forte nell’opinione pubblica. Essa si basa anche su un diffuso preconcetto, per il quale il capitale finanziario, le banche e gli “speculatori” sono i maggiori responsabili dei mali del capitalismo, a scapito – si suppone – del “lavoro onesto” e delle “imprese produttive”, da cui traggono i loro guadagni senza dover alzare un dito. Di conseguenza, è l’“avidità insaziabile” dei mercati finanziari, che aspirano a guadagni eccessivi, ad essere denunciata (come se il modo di produzione capitalistico non si basasse essenzialmente sul principio della massimizzazione dei profitti e la sua strada non fosse da sempre cosparsa di cadaveri).

Questa però non è una critica del capitalismo, quanto nella migliore delle ipotesi una glorificazione nostalgica dello stato sociale, cioè del capitalismo regolamentato, del dopoguerra, quando il mondo si suppone era ancora in “ordine”. Peggio ancora essa apre così, al tempo stesso, la porta all’anti-semitica delirante proiezione il cui nucleo centrale è ben noto: la divisione del capitale fra concreto capitalismo che lavora e un capitalismo astratto e “rapace”, dove “gli speculatori” vengono tout court identificati con gli ebrei, che si pensa tirino le fila dietro le quinte del mondo dell’economia e della politica. Questa pericolosa connessione ideologica è stata, negli ultimi anni, più volte additata e criticata, per cui non vale la pena qui insistere.(4) Meglio invece puntare l’attenzione sul fatto che concentrare l’attacco sul capitale finanziario significa di fatto rovesciare la connessione di causa-effetto dei rapporti della logica capitalistica, e con ciò quindi sul fatto che non solo viene a mancare una corretta analisi dei processi in corso nella crisi attuale, ma anche la possibilità di una resistenza adeguata alle condizioni sociali e politiche che essa impone.

Le conseguenze di lungo periodo della crisi del fordismo

Basta uno sguardo alla storia per dimostrare che l’emergere di grandi bolle speculative e creditizie nei mercati finanziari non è mai stata la causa delle crisi del capitalismo, bensì solo risultato e forma di processi di crisi in corso, le cui ragioni vanno sempre ricercate nella congestione dei capitali da valorizzare nell’economia reale. Ciò vale anche e soprattutto per le attuali turbolenze finanziarie e il lungo periodo di speculazioni che le ha precedute, anche se questa crisi può vantare, rispetto alle crisi precedenti, alcune specificità storiche.

È noto che il decollo e l’ampia autonomizzazione dei mercati finanziari sono cominciati nella metà degli anni ’70. Le ragioni, tuttavia, non sono da ricercare in arbitrarie decisioni politiche o nell’influenza dei ThinkTanks neo-liberali o di potenti gruppi di interesse economico, come spesso si sostiene oggi a posteriori, ma nel fatto che il lungo boom del dopoguerra cadde allora in una profonda crisi strutturale e il fordismo sbatté nei propri limiti. I margini di profitto calarono perché la produttività delle aziende, basate sulla produzione standardizzata di massa, veniva esaurendo mentre, al contempo, avevano successo le lotte dei lavoratori per garantire un aumento dei salari e dei benefici, e il finanziamento delle infrastrutture pubbliche diventava sempre più costoso. Quando i paesi OPEC aumentarono sensibilmente i prezzi del petrolio, e quindi i costi per lo sfruttamento delle riserve di energia fossile salirono velocemente, la forte crescita del dopoguerra giunse alla fine. Gli investimenti in impianti di produzione, fabbriche, edifici, ecc. vennero accantonati, poiché non permettevano più un guadagno sufficiente e, di conseguenza, una parte significativa del capitale venne “liberato “, senza che trovasse più alcuna opzione di investimento praticabile e redditizia.

Poiché però il capitale è per sua essenza valore che si valorizza, e quindi l’unico scopo della produzione capitalistica consiste nel fare più soldi dai soldi (da qui anche il fine capitalistico della crescita quantitativa permanente, senza riguardo per i bisogni umani e i limiti naturali), un tale ristagno del processo di valorizzazione equivale a una crisi. Più precisamente, a una crisi di sovra-accumulazione o – per dirla con il vocabolario economico attuale – a una crisi di sovra-investimenti. Una parte del capitale è in eccesso (sempre relativamente al suo fine astratto) e quindi a rischio svalorizzazione. Questa svalorizzazione non si limita ai singoli fallimenti di società o banche (come sempre avviene in regime di capitalismo normale) ma colpisce – mediata e rafforzata da negativi effetti moltiplicatori – tutta l’economia e la società intera.

Proprio questo è il pericolo che minaccia il capitalismo dalla metà degli anni ’70, pericolo che molti economisti (non solo di sinistra) a suo tempo previdero.(5) Perché tuttavia ancora non si è realizzato appieno? Perché l’economia mondiale non è crollata? Una delle principali ragioni è stata che una quota significativa del capitale in eccesso, che non poteva più essere investito nell’economia, ha ripiegato nei mercati finanziari internazionali, dove è stata investita dapprima soprattutto sotto forma di prestiti statali, successivamente sempre più anche in titoli azionari e obbligazionari. Questo scivolamento nella sfera finanziaria è di per sé una forma del tutto normale della valorizzazione del capitale durante una crisi. Marx ha già analizzato tutto ciò alla luce della crisi del 1857, ed ha coniato per questo il concetto di “capitale fittizio”. “Fittizio” è il capitale creditizio e speculativo, perché agisce solo in apparenza come capitale. Ma per quanto investa per il suo proprio interesse e profitto, la valorizzazione reale resta insufficiente, poiché essa presuppone sempre che vi sia lavoro astratto impiegato nella produzione di beni e servizi e che una parte di esso sia “estratto” in quanto plusvalore. Il “reddito”, che il capitale fittizio “produce” proviene, invece, da altre fonti, siano esse tasse e nuovi crediti (come nel caso della crescita esponenziale del debito pubblico), siano esse “scommesse sul futuro” (come nel caso dei guadagni che provengono da speculazioni in borsa) o la svendita dello stato (come nel caso dei proventi derivanti dalle privatizzazioni).

Questo si vede molto bene nel caso del debito pubblico: lo Stato prende in prestito denaro per poi reimmetterlo immediatamente nel ciclo del consumo. Dal punto di vista del creditore questo denaro appare come capitale, perché frutta interessi. In realtà è stato speso già da lungo tempo, per cui esiste come “valore” solo in forma di richiesta di versamento (titoli di Stato). Ma anche il credito per il consumo privato o per i mutui ipotecari funziona allo stesso modo: i mutuatari prendono in prestito soldi per comprare case, automobili e altri prodotti di consumo. Per i creditori questi stessi soldi appaiono come capitale che è stato investito con profitto, anche se questo capitale in realtà è già stato bruciato nel consumo da molto tempo. Ma questo fatto viene tranquillamente rimosso. Il sistema finanziario o speculativo appare come una opzione di investimento “reale”, come qualsiasi altra, fintanto almeno che il denaro continua a sgorgare.

La bolla del capitale fittizio non solo dà agli investitori una possibilità alternativa, ma significa anche, dal punto vista macroeconomico, un rinvio dello scoppio della crisi. Questo perché il ripiegamento nei mercati finanziari non solo nasconde provvisoriamente la svalutazione del capitale in surplus, ma crea anche potere d’acquisto addizionale mediato da diversi meccanismi, potere che si esprime nella domanda di beni e servizi. Grazie a questo l’economia reale continua a reggere, su questa base può nuovamente ravvivarsi. Nel caso del debito pubblico, questo meccanismo agisce in modo immediato ed è, in quanto tale, già diventato uno strumento chiave della politica economica. Non importa se lo stato prende in prestito soldi per costruire strade, per l’acquisto di aerei militari o per la spesa sociale, questo meccanismo torna sempre indietro nel ciclo del consumo e rianima la congiuntura di crisi. Esattamente la stessa funzione economica compie il credito al consumatore e i prestiti ipotecari, come il recente boom immobiliare negli Stati Uniti ha mostrato, salvo che i mutuatari sono solo individui. Ma anche i guadagni finanziari rifluiscono parzialmente nell’economia reale, sia attraverso la spesa per ristrutturazione di banche, fondi comuni e altri operatori istituzionali del mercato finanziario (dalla flotta dei computer fino agli edifici più prestigiosi), sia che dipendenti o semplici privati finanzino i propri consumi con la finanza speculativa o con redditi da interessi. In questo senso il capitale fittizio è tutt’altro che un peso morto che grava sull’economia reale e la ostacola nel suo funzionamento. Al contrario, esso consente il mantenimento provvisorio delle normali attività capitalistiche.

In tutte le grandi crisi capitalistiche fino ad oggi questo modo di differimento della crisi non è durato molto a lungo. Dopo una breve fase, al surriscaldamento speculativo seguiva inevitabilmente una caduta di grandi dimensioni del mercato finanziario, in cui il potenziale represso di crisi scoppiava con una forza tremenda e distruggeva in un colpo solo gran parte delle strutture economiche e sociali. La specificità storica della crisi del fordismo consiste nel fatto che una tale massiccia svalutazione con un tale accumulo di speculazione e massa di credito non c’è mai stata. Ma questo non significa che le leggi dello sfruttamento capitalistico e della sua logica funzionale siano sospese, come è stato spesso sostenuto. Dal punto di vista storico unico è solo il periodo lunghissimo di differimento della crisi, che tuttavia strutturalmente non è diversa dalle precedenti crisi del meccanismo di capitale fittizio e quindi, prima o poi, deve sfociare in una enorme violenta svalorizzazione. Logicamente, questo lungo periodo di differimento corrisponde al rigonfiamento di una gigantesca bolla di speculazione e di credito. Se oggi, dunque – come possiamo possiamo leggere in quasi tutti i giornali – circa il 97 per cento di tutti i flussi finanziari transnazionali ha finalità meramente speculative, questo non dipende in alcun modo da una “carenza di controllo” sull’economia o dall’“avidità” di voraci speculatori, ma mostra piuttosto quali proporzioni abbia raggiunto il rinvio della crisi, e quindi anche l’enorme potenziale di crisi che è stato accumulato.

Le peculiarità del lungo differimento della crisi

Politicamente, è stata la progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari trans-nazionali e il definitivo sganciamento del denaro dall’oro (con il superamento della conversione del dollaro in oro nel 1971 e quindi la fine del sistema regolato dei tassi di cambio), a rendere possibile questo rinvio incredibilmente lungo della crisi. È stato infatti solo grazie a ciò che l’offerta globale di denaro è potuta crescere in modo impensabile rispetto alle crisi precedenti, visto che prima il gold standard e i mercati finanziari regolati nazionalmente ponevano rigide limitazioni. Ma la decisione di abbattere questi confini non è stato un atto accidentale di una politica che avrebbe seguito le indicazioni di alcuni potenti gruppi di interesse.(6) Piuttosto seguiva le dinamiche di sviluppo economico degli anni 1950 e 1960, che a poco a poco hanno minato le basi del sistema di Bretton Woods. Nella misura in cui l’indiscussa egemonia economica degli Stati Uniti andava perduta e i costi per il mantenimento della sua posizione politica e militare mondiale potevano essere finanziati solo da un crescente debito nazionale (i costi della guerra in Vietnam hanno giocato qui un ruolo determinante), tassi di cambio fissi e la dipendenza delle valute dell’occidente alle riserve auree degli Stati Uniti non erano più sostenibili. Ma con ciò si ponevano anche le condizioni per una enorme bolla di offerta di moneta con la partecipazione attiva dei governi, delle banche centrali e degli organismi finanziari internazionali. Sono stati così pompate dal 1970 e soprattutto dopo il 1980 grandissime quantità di liquidità non garantite nei mercati, da una parte attraverso il percorso diretto del debito pubblico, dall’altra grazie a una politica di “denaro a buon mercato”, che è una ricetta classica per risolvere le crisi dei mercati finanziari. Un ruolo centrale hanno svolto qui gli Stati Uniti, i quali hanno potuto ricorrere all’indebitamento per un lungo periodo senza timore di dover incorrere in grosse perdite di cambio grazie alla loro posizione di potenza mondiale, poiché il dollaro ha fattivamente servito da valuta mondiale (un ruolo che viene ora messo in discussione). Ma anche gli altri stati occidentali hanno, con il loro indebitamento e le politiche di creazione di moneta, contribuito in modo significativo a gonfiare in modo permanente la bolla globale di capitale fittizio, in questo modo rendendo possibile un ulteriore differimento del crollo.

C’è da considerare, tuttavia, un’altra caratteristica storicamente importante del lungo ciclo di finanziamento capitalistico che ha preso inizio negli anni ’70. Essa consiste nel fatto che esso non ha rappresentato solo un rinvio della crisi del fordismo, ma anche di quella prodotta dall’enorme spinta produttiva dalla terza rivoluzione industriale. Secondo i termini di una “normale” crisi da sovra-accumulazione la violenta trasformazione della produzione sulla base delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione avrebbe dovuto causare, se possibile, una ancora più profonda depressione in tutto il mondo, nel corso della quale tutto l’impianto economico del dopo guerra sarebbe stato ridotto in macerie. Il lungo rinvio della crisi utilizzando il capitale fittizio, invece, ha permesso di limitare questa opera di distruzione e di confinarla in un primo momento in gran parte nei paesi del Sud del mondo e dell’ex blocco orientale. Se le strutture fordiste si sono poi sgretolate anche nelle metropoli occidentali, questo è accaduto entro un processo più lungo, nel corso del quale la pressione sulle condizioni di lavoro e sui sistemi sociali è cresciuta costantemente e le strutture produttive sono state sconvolte a fondo. A seconda della posizione nel mercato mondiale e della competitività dei diversi paesi, questo processo ha proceduto in modo diverso, ma la tendenza è stata la stessa ovunque: il settore industriale è stato razionalizzato in modo drastico con l’aiuto di applicazioni microelettroniche, e ridotto gradualmente al suo nocciolo iperproduttivo, mentre le parti della produzione, la cui automatizzazione non era (ancora) “conveniente”, sono state relegate nei paesi a basso salario o nell’outsourcing.

Poiché però al tempo stesso il cosiddetto “terzo settore” (o settore dei servizi) è diventato sempre più importante ed ha assorbito una notevole quantità di forza lavoro non più necessaria nel mondo del lavoro industriale, potrebbe superficialmente sembrare che il capitalismo abbia solo attraversato l’ennesimo cambiamento strutturale, che essenzialmente si sarebbe caratterizzato attraverso la sostituzione del vecchio settore-guida dell’industria con il settore dei servizi e della “produzione di sapere” e la contemporanea globalizzazione delle relazioni economiche. Di conseguenza, la stragrande maggioranza degli osservatori e esperti del settore hanno concordato sul fatto che il capitalismo abbia ottenuto notevole successo nel superare la crisi degli anni ’70 e ’80, almeno nelle metropoli occidentali (parola chiave “crisi della società del lavoro”), anche se al prezzo di un aumento della precarietà della vita e delle condizioni di lavoro per ampie fasce della popolazione – fatto che è stato letto, in base alle posizioni politiche, come inevitabile, oppure denunciato come risultato, suscettibile di revisione, delle politiche neoliberiste. Da tutte le parti, tuttavia, la diagnosi che vedeva in tutto ciò un processo irreversibile di crisi è stata giudicata assurda e irragionevole. “Basta guardare come il capitalismo è vivo e vegeto”, si leggeva – di volta in volta con posizioni di giubilo, critiche o rassegnate – con riferimento alle plusvalenze spumanti, soprattutto negli ultimi anni.

L’attuale crisi finanziaria, tuttavia, sottolinea chiaramente come tale valutazione fosse fondamentalmente sbagliata. E questo non a causa di speculazioni che avrebbero distrutto una struttura economica di per sé valida (come nella campagna contro le “locuste” viene sempre sostenuto), ma perché la struttura che si è evoluta nel corso degli ultimi venticinque-trenta anni non può rappresentare una base per un nuovo boom di accumulazione del capitale. Al contrario, essa è rimasta in vita proprio perché si è nutrita in modo permanente dei flussi del capitale fittizio (e ancora adesso ne è alimentata). Una nuovo boom richiederebbe, sulla via di una crescita continua, che venisse utilizzata sempre più forza-lavoro nella produzione di merci al necessario livello di produttività, perché solo attraverso ciò può aumentare la massa del valore e il circolo “Denaro-Merce-più Denaro” essere costantemente mantenuto. Visto dal lato della domanda, ciò significa che in ogni periodo si creano guadagni sufficienti solo se viene venduta la merce prodotta nel periodo precedente. Proprio questi presupposti però non si danno più sotto le condizioni della Terza Rivoluzione Industriale. La razionalizzazione sulla base delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione solca con un ritmo infernale tutti i settori dell’economia in tutte le sue branche, tale da rendere nel suo insieme superfluo un numero sempre maggiore di forza-lavoro, in quanto non necessario per la crescita del momento. Con ciò però non solo il processo di valorizzazione recide in modo permanente la domanda, a cui ha delegato di realizzare nel mercato il valore prodotto. Ancora più radicalmente ne compromette definitivamente il fondamento più proprio.(7) In quanto la rivoluzione microelettronica produce una sorta di crisi da sovraccumulazione permanente, questo significa che crea incessantemente un surplus di capitale produttivo non più valorizzabile, che deve rifugiarsi nella sfera del capitale fittizio, contribuendo quindi in modo molto significativo alla crescita esponenziale della bolla finanziaria.

Crisi? Quale crisi?

Contro questa diagnosi viene spesso sostenuto che sono stati tuttavia creati, negli ultimi decenni, milioni di nuovi posti di lavoro nei paesi ex-periferici, soprattutto nei paesi dell’Est e Sud-Est asiatico, e quindi la base della produzione di valore è cresciuta, non diminuita. Ma questo argomento non tiene conto di due cose fondamentali. In primo luogo, la grande massa del lavoro industriale in questi paesi viene eseguita ad un livello molto basso di produttività e, quindi, in rapporto al livello mondiale standard di automazione e razionalizzazione industriale richiesto sul mercato, rappresenta solo una percentuale molto piccola di valore. Questo perché dal punto di vista della produzione di valore non conta il mero numero di ore fatte, quanto piuttosto la quota di valore di una merce, quota definita dal livello di produttività socialmente già raggiunto.(8) Poiché esso nei segmenti chiave del mercato mondiale della produzione aumenta in modo permanente, le fasi della produzione di lavoro sotto-produttivo esternalizzato restano anch’esse permanentemente sotto-valorizzate. Pertanto, l’outsourcing in termini di business è sostenibile solo fino a quando si mantengono salari sempre più bassi e condizioni di lavoro peggiorative.(9) E questa è a sua volta la ragione per la quale l’attuale spinta alla razionalizzazione non porta ad una riduzione generale dell’orario di lavoro e ad una buona vita per tutti (ancora una volta non si apre spazio per un relativo miglioramento delle condizioni di vita all’interno della società capitalista), ma ad un impoverimento sociale e umano di massa.

In secondo luogo, inoltre, il boom in Cina, India e altri “mercati emergenti” è di per sé ben lungi dall’essere autosufficiente: esso dipende totalmente dalla creazione di fondi speculativi e creditizi sui mercati finanziari transnazionali. È ben noto come l’intera struttura economica di questi paesi sia stata progettata per l’esportazione di massa in primo luogo negli Stati Uniti e nell’Unione europea, i quali a loro volta finanziano le loro importazioni in larga misura con gli afflussi di capitali speculativi e di credito. Paradigmatico in questo senso è il deficit circolatorio del Pacifico, cioè tra Stati Uniti e Asia orientale, che fin dai tempi dell’amministrazione Reagan è diventato il motore centrale dell’economica mondiale. Il suo meccanismo di funzionamento è fondamentalmente molto semplice: il crescente disavanzo commerciale viene coperto da una altrettanto crescente importazione di capitali finanziari, che vengono in parte coperti attraverso la via diretta della spesa pubblica finanziata con il credito (“deficit gemelli”), in parte attraverso il giro del sistema privato della finanza che viene reintrodotto nel circolo del consumo. I flussi di denaro provengono però in gran parte dai paesi asiatici (soprattutto inizialmente Giappone, ora sempre più Cina) i quali investono le loro vendite nel settore finanziario degli Stati Uniti o creano riserve in valuta estera in dollari, finanziando così il loro stesso export. Nell’era Reagan, inizialmente, era il gigantesco debito statale a funzionare da motore per il consumo, poi lo divenne sempre più la speculazione sulla carta – a quel tempo, nella cosiddetta “new economy”, non pochi investitori privati finanziarono una parte del loro consumo grazie a enormi aumenti dei prezzi sul “nuovo mercato”. E negli ultimi anni, il centro focale si è infine spostato verso la speculazione immobiliare.

Tuttavia, questo circuito funziona solo fino a quando il dollaro statunitense gode della fiducia necessaria, in modo che sempre nuovo capitale finanziario affluisca per finanziare il deficit permanente. Questa crisi finanziaria si distingue però per il fatto che la fiducia viene a mancare in misura crescente (come mostra la caduta del corso del dollaro). Se il governo americano e la Fed non dovessero riuscire ad invertire questa tendenza, la circolazione del deficit del Pacifico arriverebbe a un punto morto, e questo avrebbe per l’economia mondiale all’incirca lo stesso significato che il prosciugamento della Corrente del Golfo per il clima mondiale. È comunque anti-americanismo spicciolo, a fronte di questo scenario di pericolo, che in Europa si innalzino ora sempre più voci per denunciare con indignazione gli Stati Uniti che avrebbero “vissuto a spese del resto del mondo”, con il loro “consumo improduttivo” finanziato dal credito,(10) e che vorrebbero ora anche precipitare l’economia mondiale nella crisi. Si riproducono qui una volta di più le divisioni ideologiche fra capitale creditizio “parassitario” e onesto capitale produttivo – e, almeno in Europa, questi schemi dell’ideologia anti-americana sono sempre stati pericolosamente vicini all’antisemitismo – ma soprattutto viene qui completamente capovolto il contesto reale. Perché, da un lato, i paesi europei hanno beneficiato in forte misura della domanda finanziata con il credito proveniente dagli Stati Uniti, in particolare l’industria tedesca che sarebbe già da lungo tempo a terra senza le ingenti esportazioni oltre Atlantico, dall’altro il debito pubblico in Europa rivaleggia con quello statunitense. E anche per la speculazione non siamo rimasti indietro: negli ultimi anni c’è stato, principalmente in Europa meridionale, un massiccio boom speculativo sui mercati dei beni immobili, che ora sta implodendo. Vista nel suo complesso, l’intera economia mondiale capitalistica è appesa al filo del capitale fittizio, poiché l’economia reale non sta più in piedi.

È pertanto completamente assurdo che i commentatori di tutti i giornali, da sinistra a destra, accusino oggi la banca centrale Usa di aver alimentato la speculazione immobiliare attraverso la sua politica dei tassi a basso interesse, per cui sarebbe quindi responsabile dell’attuale crisi finanziaria. Ciò che ha fatto la Fed, dopo il crollo della New Economy, è semplicemente evitare che già in quel momento crollasse la gigantesca valanga dei mercati finanziari. Ha così ancora una volta ritardato la crisi di sette-otto anni e con ciò reso possibile, fra altro, la famosa “ripresa” di cui oggi tutti i politici si vantano. Se quindi proprio si volessero utilizzare categorie morali in questo contesto, si dovrebbe esser grati alla Fed e al governo degli Stati Uniti per aver dato all’economia mondiale, attraverso la loro politica monetaria espansiva, ancora una volta un po’ di fiato. Ma la gratitudine è qui ovviamente inappropriata, come lo è un atto d’accusa morale. Piuttosto, è necessario in primo luogo rendersi conto che la crisi dei mercati finanziari non ha le proprie cause nella speculazione, ma in una crisi strutturale fondamentale della riproduzione capitalistica. Questa consapevolezza ha implicazioni di vasta portata per i conflitti sociali del prossimo futuro.

Un altro rinvio della crisi …

Non è possibile prevedere con sicurezza quale ulteriore corso la crisi potrà prendere. Attualmente non è chiaro se le banche centrali e i governi unendo le forze potranno nuovamente rimandare, grazie ai mercati finanziari, il mega-crash, con i suoi effetti devastanti per il mondo intero. Se dovessero avere successo, questo comporterebbe, tuttavia, solo il rigonfiamento di una ennesima bolla finanziaria. Ciò sarebbe una beffa per tutti coloro che vedono nel controllo dei mercati finanziari la soluzione del problema, richiesta questa che, fra l’altro, proviene un po’ da tutte le parti, anche da coloro che fino ad oggi erano inflessibili neo-liberali – secondo il motto: “Che me ne importa di quello che dicevo ieri”. Ma, in pratica, questo intervento dello Stato equivarrebbe all’esatto contrario: in sostanza, a limitare i danni diretti derivanti dallo scoppio della bolla immobiliare. È significativo che persino il socialdemocratico populista Lafontaine si prodighi per un aiuto statale per le banche in difficoltà: perché sa che un collasso del sistema bancario avrebbe conseguenze devastanti per la società nel suo complesso.(11) Naturalmente ha poi doverosamente richiesto che le banche e gli attori del mercato finanziario siano controllati meglio. Ma questa è pura retorica, perché i crediti inesigibili del presente potranno – se mai lo saranno – esser compensati solo attraverso futuri utili finanziari. Non fa alcuna differenza in linea di principio quindi, che l’attore dei mercati finanziari sia pubblico o privato, perché entrambi sono ugualmente soggetti all’obbligo di gestire il “loro” capitale con profitto, e questo, sotto le permanenti condizioni di sovra-accumulazione, può accadere solo nel settore del credito e della speculazione,(12) visto che i margini per una reale valorizzazione del capitale restano chiusi. Che questo sia riconosciuto o meno è uguale, nei fatti le cose stanno così. I governi e le banche centrali continueranno pertanto ad essere niente di più che casse ancora una volta da spalancare. Governo Usa e Fed sono già su questa strada.(13)

La politica poi è sempre limitata nelle sue azioni dal vincolo di non poter toccare la logica funzionale del capitalismo in quanto tale. Per sua natura essa politica, in quanto gestione degli affari pubblici, resta chiusa all’interno di questa logica. I margini della politica si sono sì modificati nel corso della storia. Sono stati però sempre strutturati e vincolati da uno specifico quanto storico spazio di possibilità, che a sua volta dipende dalle cieche dinamiche di sviluppo capitalistico. All’interno di questo spazio le decisioni e le scelte politiche derivano dalla combinazione di vari fattori quali i rapporti sociali di forza, le costellazioni di potere internazionali o il divario di competitività nel mercato globale. L’insieme del telaio di questo spazio si trova perciò al di là della portata della politica. Ciò vale anche per l’oggi tanto glorificato fordismo. Nonostante il potenziale di regolazione relativamente grande la politica del boom fordista ha, in quel periodo, potuto fare veramente poco per impedire la sua fine. Essa poteva infatti influenzare solo fino a un certo punto il suo corso interno e utilizzare i margini di distribuzione esistenti per la costruzione di una vasta infrastruttura sociale. Nell’epoca della crisi globale capitalistica essa ne rappresenta uno specchio efficace. La politica non può realmente combattere il capitale fittizio, poiché il rigonfiamento costante della bolla del credito e della speculazione è il prerequisito per la precaria tregua della crisi e determina perciò anche lo spazio e i confini del suo agire. Per questo essa deve fare di tutto per mantenere questi prerequisiti il più a lungo possibile, e ciò determina, oltre a misure di politica monetaria, anche il progressivo impoverimento dei beni “pubblici”, che vengono gettati nelle fiamme dello sfruttamento privato al fine di poter mantenere la macchina capitalista in corsa ancora per un po’.(14)

È quindi completamente al di fuori delle possibilità della politica fermare la dinamica della crisi del capitalismo in quanto tale. Piuttosto, essa contribuisce, attraverso le sue azioni, a portare la riproduzione costante delle contraddizioni di fondo del processo di crisi a livelli sempre più alti. Mentre la massa di capitale fittizio, che deve essere protetta contro la svalorizzazione, cresce in modo esponenziale (come mostra uno sguardo alla crescita dei mercati finanziari), aumenta, con ogni fase di rinvio della crisi, la pressione sulla società e sulla gran massa della popolazione, che si trova costretta a vendersi in condizioni sempre più precarie. Di conseguenza, i costi sociali di un nuovo rinvio della grande crisi finanziaria sono di grande rilievo. In primo luogo è da prevedere un conseguente crollo congiunturale, che, contrariamente al presunto “sviluppo”, arriverà con certezza. In secondo luogo, il rigonfiamento della massa monetaria dovrebbe portare ad un ulteriore accelerazione dell’inflazione, e quindi un ulteriore deterioramento del potere generale d’acquisto, già in costante diminuzione. E, infine, la prossima ondata di speculazione, presumibilmente, si rivolgerà alle materie prime, i prodotti alimentari e i carburanti agricoli ed avrà quindi dirette conseguenze, del tutto catastrofiche, per gran parte della popolazione mondiale. Anche i tremendi rialzi dei prezzi per i prodotti alimentari negli ultimi due anni sono stati causati in larga misura dal fatto che sempre più speculatori hanno investito i loro capitali in quei settori. Se questa tendenza si rafforzasse, darebbe luogo a una vera e propria esplosione dei prezzi, che moltiplicherebbe come conseguenza inevitabile la fame nel mondo.

Anche in questo caso tuttavia non sarebbe la bolla del capitale fittizio la causa della catastrofe, ma fungerebbe (come nel caso delle privatizzazioni) come mediatore e cinghia di trasmissione del processo di crisi e della sua immanente tendenza a escludere e precarizzare. Esiste quindi il forte rischio che il nuovo risentimento generato si diriga ancora una volta contro l’immagine di un “avido” capitale finanziario, che viene incolpato della miseria dilagante. Diventa allora importante contrapporsi a questa “critica del capitalismo” rovesciata, che con le sue posizioni dà il fianco all’antisemitismo. Ciò richiede tuttavia, accanto alla necessaria critica dell’ideologia, un’analisi approfondita e fondata della crisi, che sottragga terreno alla percezione sbagliata delle relazioni capitalistiche. Naturalmente questo non significa escludere i mercati finanziari e la speculazione dalla critica. Ma essi devono sempre essere compresi come parte di una più radicale crisi del capitalismo, che si dà come processo complessivo di distruzione su vasta scala dei fondamenti sociali e naturali della vita.

Questa critica è da rivolgere anche contro la concezione, in parte nostalgica e in parte populista, che ripropone le politiche keiynesiane di crescita e regolazione. In fondo anche gli stessi propagandisti di queste politiche sanno che, alle circostanze attuali, non hanno più alcun spazio reale. Questo viene dimostrato regolarmente là ogni qual volta sono i partiti di “sinistra”, con programmi simili a tutti gli altri, a governare e di fatto realizzano l’esatto contrario di quanto promesso, sia che si tratti del governo della città di Berlino non meno che della passata “coalizione di centro-sinistra” in Italia o del governo Lula in Brasile. In modo assurdo, anche gli “elettori” non sono in gran parte solo creduloni e facilmente “ingannati”, ma vista l’assenza di prospettive spesso vogliono essi stessi credere che sia possibile un ritorno allo stato di benessere keynesiano del dopoguerra, anche se ognuno in realtà intuisce che questo non è più possibile. Tutto ciò rende lo stato d’animo generale schizofrenico, tanto che per esempio è possibile in Germania un ampio sostegno sociale alle classiche rivendicazioni democratiche (salario minimo generale, no alle privatizzazioni etc) e al tempo stesso elevati livelli di simpatia per il governo Merkel. Il problema è che questo stato d’animo, nei suoi tentennamenti fra immanenti quanto irrealizzabili desideri e una accettazione acritica della struttura logica capitalista, diviene altamente vulnerabile alla individuazione di capri espiatori, siano essi i fondi speculativi (Hedge Funds), il governo degli Stati Uniti o le grandi imprese o – in ultima delirante conseguenza – “gli ebrei”.

Può sembrare paradossale, ma se non ci si vuole sottomettere alla “Realpolitik” ed a i suoi “credo” è indispensabile identificare chiaramente i limiti delle possibilità della politica nel periodo attuale di crisi capitalistica. Non per darle un riconoscimento, ma come base necessaria per l’orientamento dei movimenti sociali e di quelle parti dei sindacati che si contrappongono al depauperamento sociale sistematico, alla progressiva dequalificazione di tutte le aree della vita, alla precarietà e al controllo che l’accompagnano, e alla repressione. Lasciare che i movimenti si impegnino in illusorie prospettive politiche e nelle politiche di partito, significa solo neutralizzarli.(15) Coalizzarsi invece per collegare le lotte oltre i confini degli interessi particolari, le relazioni di vita frammentate e le identità separate, potrebbe riuscire a superare la perdita di solidarietà causata dalla pressione della crisi e formare un contrappeso sociale che si opponga con successo alla demolizione neoliberista e alla sua politica di esclusione, e insieme ponga di nuovo il superamento della logica capitalistica nel regno del possibile.

… O la crisi dell’economia mondiale?

Dovesse tuttavia fallire il rinvio della recente crisi, saremmo minacciati da una crisi economica globale di proporzioni enormi, in cui si scaricherebbero i potenziali di crisi accumulati in trent’anni. Il risultato immediato sarebbe un crollo massiccio di aziende e banche, presumibilmente accompagnato da un violento aumento dell’inflazione. Non ci vuole grande fantasia per immaginare l’impatto devastante di questa mega-stagflazione sulle finanze dello Stato, sui sistemi sociali e sulle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. È molto probabile che in queste condizioni guadagnerebbe consenso un’ideologia nazional-populista di gestione delle crisi, come in effetti già da tempo viene propagata, e non solo dalla parte di destra dello spettro politico. Ad esempio, quando il giornalista di “sinistra” Jürgen Elsässer (che scrive sul Neues Deutschland) chiama ad un “Fronte Popolare Nazionale” contro il capitale globalizzato e, soprattutto, contro il capitale finanziario (che egli – che sorpresa – individua principalmente negli Stati Uniti), questo può lì per lì solo sembrare un’esternazione dettata dalla sovraeccitazione. Essa rappresenta, invece, una tendenza che spinge verso una preclusione aggressiva e nazionalistica nel confronti dell’esterno e verso un disciplinamento autoritario all’interno, al tempo stesso promuovendo sentimenti anti-semitici. È vero che, anche sotto l’aspetto della mera gestione delle crisi, dati i forti legami economici transnazionali, un ritorno a un ben delimitato stato-nazione è quasi impensabile. Più probabile è una disgregazione dell’economia mondiale in blocchi continentali, uno scenario che negli apparati del potere politico e nei Think Tanks viene considerato già da lungo tempo. Una forte spinta in questa direzione potrebbe essere il prevedibile crollo del dollaro e la conseguente perdita della sua funzione di moneta mondiale.(16)

Un tale scenario non rappresenta certo una soluzione alla crisi nel vero senso della parola, ma solo una forma di gestione delle emergenze. In nessun caso questo tentativo potrebbe avrebbe il carattere di un “ripulimento” della crisi, con il quale venisse creata, spazzando via sovracapacità e titoli tossici, la base per una nuova accumulazione sostenibile. Perché la vera causa della crisi, cioè l’espulsione di forza-lavoro viva dalla produzione diretta attraverso dallo spostamento delle forze produttive sul terreno del sapere generale sociale, e con ciò l’erosione della produzione di valore, non sarebbe stata rimossa. Anche successivamente ogni produzione dovrebbe ripartire dal livello tecnologico di produttività raggiunto, o comunque misurarsi in base ad esso, mentre la gara della produttività continuerebbe. Ad un livello inferiore di produzione di valore si riproporrebbe immediatamente la situazione di costante sovraccumulo, inclusa necessariamente una nuova bolla di capitale fittizio. Con ciò si arriverebbe solo ad una riproduzione delle contraddizioni della recente crisi, significativamente aggravata dalle condizioni economiche e sociali. La domanda cruciale allora è se si può sviluppare, dalla resistenza contro la gravità del processo di crisi, un movimento globale di emancipazione, che faccia emergere un programma pratico di appropriazione dei legami sociali al di là della logica dello sfruttamento capitalistico.

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1- http://wipo.verdi.de/broschueren/finanzkapitalismus

2- www.labournet.de/diskussion/gewerkschaft/real/insekten_wipo.pdf

3- Sulla citata broschure dei Ver.di “capitalismo finanziario = cupidigia allo stato puro” cfr.. Lothar Galow-Bergemann: “Gegen Börsenungeziefer” [contro i parassiti delle borse] apparso su Streifzüge 42/ 2008 (http://www.streifzuege.org/2008/gegen-boersenungeziefer#more-492) oppure la critica del capitale finanziario presente in www.labournet.de/diskussion/gewerkschaft/real/insekten.html a cura dei Ver.di di Stuttgart

4- Cfr. per esempio il mio articolo apparso sul numero 32/ 2004 di Streifzüge “Entsorgung nach der Art des Hauses” [smaltimento fatto in casa] – http://www.streifzuege.org/2004/entsorgung-nach-art-des-hauses#more-351

5- Cfr. per esempio l’ottima analisi proposta in Elmar Altvater, Volkhard Brandes, Jochen Reiche (Hrsg.): “Handbuch 4. Inflation – Akkumulation – Krise II” [manuale vol.4. Inflazione – Accumulazione – Crisi], Frankfurt/M. 1976

6- Per una rappresentazione grottesca ed esasperata della tesi secondo la quale il superamento del gold-standard sia da attribuire ad una scelta volontaria, cfr Jürgen Elsässer: „1971 verkündigte US-Präsident Richard Nixon in einer Nacht- und Nebelaktion das Ende der Goldumtauschpflicht für den Dollar. Seither zersetzt sich die ökonomische Grundlage des Kapitalismus sukzessive“ [nel 1971, il presidente Nixon annunciò in un colpo la fine del cambio obbligatorio in oro per il dollaro: da allora, si sono distrutti i fondamenti economici del successivo capitalismo] in: Solidarität – Sozialistische Zeitung, Nr. 57, 4.5.2007.

7- Le statistiche economiche mostrano come oggi sia necessaria una crescita del PIL molto più alta rispetto agli anni ’70 per creare dei posti di lavoro. L’analisi statistica tuttavia si muove ancora entro un quadro molto ottimistico, considerando semplicemente una contabilità dei posti di lavoro senza domandarsi se essi contribuiscano alla produzione di valore o meno (questione che le statistiche economiche escludono a priori). Per la maggior parte dei servizi, così come per la “produzione di sapere”, non vi è produzione di valore [su ciò cfr. Samol: Arbeit ohne Wert [lavoro senza valore], Lohoff: Der Wert des Wissens (il valore del sapere), und Meretz: Der Kampf um die Warenform [la lotta per la forma-merce], in Krisis 31/2007]. In tal senso, la crescita del terziario non può compensare la secolare tendenza a liquefarsi della sostanza del lavoro e del valore

8- Su ciò è bene ricordare quanto Marx, a questo proposito, riferisce nel primo libro del Capitale: “potrebbe sembrare che, se il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro impiegato durante la sua produzione, più un uomo è pigro o goffo, più preziosa è la merce che egli produce, visto che ha bisogno di più tempo per la sua preparazione. Il lavoro tuttavia, che costituisce la sostanza del valore, è sempre lo stesso lavoro umano, dispendio della stessa forza-lavoro umana. La forza-lavoro totale della società, che si manifesta come valore nel mondo delle merci, vale qui come una e stessa forza-lavoro umana, sebbene sia composta da innumerevoli singoli lavoratori. … Dopo l’introduzione del telaio a vapore in Inghilterra, per esempio, era forse sufficiente metà del lavoro prima impiegato per trasformare una data quantità di filato in tessuto. I tessitori inglesi lavoravano però tanto tempo quanto prima, ma il prodotto delle loro ore di lavoro individuali rappresentava ora solo una mezz’ora sociale di lavoro, ed era quindi sceso a metà del suo valore precedente. “(MEW 23, pag .53; it.pag.30, Newton Compton ed.,1979. La traduzione qui è leggermente ritoccata)

9- Cfr. Norbert Trenkle: Es rettet euch kein Billiglohn [non vi salverà neanche il salario basso] in: Kurz, Lohoff, Trenkle (Hrsg.) Feierabend! Elf Attacken gegen die Arbeit [Facciamo festa! Undici attacchi contro il lavoro], Hamburg 1999 – http://www.krisis.org/navi/feierabend-elf-attacken-gegen-die-arbeit

10- Scrive Elmar Altvater: “I cittadini statunitensi possono tenere un elevato standard di consumo, il famoso “stile di vita americano”, sebbene essi siano profondamente indebitati … Ciò richiede, in primo luogo, un elevato tasso di risparmio in altre regioni del mondo, che consenta agli Stati Uniti e ai suoi cittadini di oltrepassare i limiti. In secondo luogo, che i mercati finanziari funzionano in modo che i risparmi del mondo vengono convogliati negli Stati Uniti” (Elmar Altvater: Das Ende des Kapitalismus – so wie wir ihn kennen, Münster 2005, S. 135 [La fine del capitalismo per come noi lo conosciamo], Münster 2005, p 135)

11- Lafontaine ha ironicamente accusato Josef Ackermann di esser diventato di sinistra, poiché questi di fronte alla crisi finanziaria sosteneva l’intervento dello Stato nel sistema bancario (Netzeitung, 20.3.2008). Di fatto questo mostra come, per quanto riguarda la gestione della crisi, tutti i partiti si trovino allineati.

12- È quindi anche ridicolo che oggi le banche siano criticate per le loro perdite da speculazione immobiliare. Hanno fatto solo quello che, nel boom speculativo, ci si aspettava da esse, ovvero di mettere i “loro” soldi a profitto. Se non lo avessero fatto, sarebbero certamente stati attaccati dagli “esperti” per la loro “eccessiva cautela”, gli stessi che ora, a fronte delle alte perdite, gridano allo “scandalo”.

13- Tuttavia, si deve registrare anche un conflitto di interessi tra gli Stati Uniti e l’Unione europea, di cui la crisi potrebbe accelerare lo slancio. Mentre gli Stati Uniti, come al solito, hanno penalizzato i tassi di interesse, e hanno creato in poco tempo un pacchetto di aiuti governativi del valore di circa 150 miliardi di dollari, i governi europei e la BCE mettono in primo piano la lotta all’inflazione e si rifiutano perciò di abbassare gli interessi. Qui, l’argomento un po’ stupido che viene utilizzato è che la crisi è negli Stati Uniti, mentre in Europa l’economia è stabile, come se le due economie non fossero legate strettamente. In realtà, tutto questo potrebbe causare un ancora più forte crash del dollaro, che potrebbe far perdere agli USA il loro ruolo di motore del consumo nell’economia globale. Allora il legame tra BCE e UE, ora rimosso, si imporrebbe certamente in modo violento.

14- Per l’analisi di questo meccanismo, cfr. Ernst Lohoff: Out of Area – Out of Control, in: Streifzüge Nr. 31 e 32, Wien 2004

15- Così, ad esempio, come è successo per gran parte del movimento italiano anti-globalizzazione e per i social forum che si sono lasciati confluire nel partito “Rifondazione” e sono stati quindi costretti a sostenere il governo Prodi, almeno indirettamente. In questo modo hanno perso la loro capacità di mobilitare e sono ora di fronte a un disastro politico…

16- In certi ambienti economici si discute seriamente di un ritorno al gold standard, ciò che fra le altre cose porterebbe ad una completa svalutazione dei dollari accumulati negli ultimi decenni. “Se tutto va a catafascio e nessuno più vuole avere il dollaro debole, l’America tagli la sua valuta e la leghi all’oro accumulato in Fort Knox. Il resto del mondo, che attraverso l’acquisto di valuta statunitense ha finanziato la macchina-da-debito statunitense, rimarrebbe con un palmo di naso” (Wirtschaftswoche 18.2.2008, p 134).

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Testo pubblicato anche su questi siti:
http://www.krisis.org/2012/terremoto-nel-mercato-mondiale
http://www.senzasoste.it/economia/terremoto-nel-mercato-mondiale-la-crisi-spiegata-dal-gruppo-krisis
http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/2338-norbert-trenkle-terremoto-nel-mercato-mondiale.html
http://mercatoliberonews.blogspot.it/2012/10/norbert-trenkle-terremoto-nel-mercato.html
http://politica.segnalafeed.it/4892-norbert-trenkle-terremoto-nel-mercato-mondiale/
http://www.streifzuege.org/2012/terremoto-nel-mercato-mondiale